quinoa

Cereali nella dieta: quali si e quali no

I cereali

Il grano è uno dei cereali più consumati in tutto il mondo e costituisce una parte sostanziale della dieta umana.

Sebbene le linee guida dietetiche sostenute dal governo in Europa e negli Stati Uniti consiglino alle persone di mangiare quantità adeguate di prodotti a base di cereali (integrali) al giorno, i cereali contengono “anti-nutrienti”, come il glutine e la lectina di grano, che negli esseri umani possono suscitare disfunzioni e malattie.

L’infiammazione è la risposta del sistema immunitario innato innescata da stimoli nocivi, agenti patogeni microbici e lesioni.

Quando rimane un trigger o quando le cellule immunitarie vengono continuamente attivate, una risposta infiammatoria può diventare auto-sostenibile e cronica.

L’infiammazione cronica è stata associata a molti disturbi medici e psichiatrici, tra cui malattie cardiovascolari, sindrome metabolica, cancro, malattie autoimmuni, schizofrenia e depressione.

Inoltre, di solito è associata a livelli elevati di citochine pro-infiammatorie e proteine di fase acuta, come interferoni (IFN), interleuchina (Il)-1, Il-6, fattore di necrosi tumorale-α (TNF-α) e proteina C-reattiva (CRP).

Mentre chiare fonti per questa infiammazione cronica sono evidenti in alcune condizioni, in altri disturbi, come la depressione maggiore, la fonte infiammatoria non è completamente compresa.

La vulnerabilità genetica, lo stress psicologico e i cattivi modelli alimentari sono stati tutti ripetutamente indicati come co-responsabili dello sviluppo di un fenotipo infiammatorio.

Infatti, sostanze presenti nel nostro cibo quotidiano, come quelle che si trovano nel grano e in altri cereali, sono in grado di attivare percorsi pro-infiammatori.

L’ingestione di prodotti a base di grano è responsabile anche di reazioni allergiche mediate da IgE.

L’anafilassi indotta dal grano è una sindrome in cui l’ingestione di un prodotto contenente grano seguito da esercizio fisico può provocare una risposta anafilattica.

Diverse proteine presenti nel grano, in particolare le proteine del glutine, hanno dimostrato di reagire in questo modo con le IgE nei pazienti.

Altre risposte allergiche che sembrano essere correlate a una serie di proteine del grano includono l’asma del fornaio, la rinite e l’orticaria da contatto.

Più comuni delle allergie al grano sono le condizioni che coinvolgono l’intolleranza al grano, tra cui la celiachia (CD), che si stima colpisca l’1% della popolazione dell’Europa occidentale, e la dermatite erpetiforme, che ha un’incidenza tra circa 2 volte e 5 volte inferiore alla CD.

La stretta associazione tra diabete di tipo 1 e la celiachia (CD) e l’osservazione che le malattie autoimmuni sembrano essere più prevalenti nei pazienti celiaci e nei loro parenti collega quindi l’assunzione di grano con diverse altre condizioni.

Il glutine e la celiachia

Il glutine è il principale complesso proteico strutturale del grano costituito da glutenine e gliadine.

Quando la farina di frumento viene mescolata con acqua per formare l’impasto, le proteine del glutine formano una rete continua che fornisce la coesione e la viscoelasticità che consente di trasformare l’impasto in pane, pasta e altri alimenti.

Il contenuto proteico del grano varia tra il 7% e il 22% con il glutine che costituisce circa l’80% delle proteine totali del seme.

Le glutenine sono la frazione delle proteine del grano solubili in acidi diluiti e sono polimeri di singole proteine.

Le prolamine sono le proteine solubili in alcool dei cereali e sono specificamente chiamate gliadine nel grano. Le gliadine sono proteine monomeriche e sono classificate in tre gruppi: α/β-gliadine, γ-gliadine e ω-gliadine.

La gliadina del glutine di frumento e le relative prolamine di altri cereali contenenti glutine, tra cui segale e orzo, possono innescare la CD in persone geneticamente sensibili.

I sintomi di questa malattia sono infiammazione della mucosa, atrofia villosa dell’intestino tenue, aumento della permeabilità intestinale e malassorbimento di macro e micronutrienti. La CD, una malattia infiammatoria cronica mediata dalle cellule T, è preceduta da cambiamenti nella permeabilità intestinale e dall’attività pro-infiammatoria del sistema immunitario innato.

L’aumento cronico della permeabilità intestinale (o sindrome dell’intestino permeabile) consente una maggiore traslocazione di antigeni sia microbici che dietetici alla periferia che possono quindi interagire con le cellule del sistema immunitario.

Non sorprende che l’aumento della permeabilità intestinale sia stato associato a malattie autoimmuni, come il diabete di tipo 1, l’artrite reumatoide, la sclerosi multipla, ma anche a malattie legate all’infiammazione cronica come la malattia infiammatoria intestinale, l’asma, la sindrome da stanchezza cronica e la depressione.

La barriera intestinale consente l’assorbimento di sostanze nutritive e protegge dai danni delle sostanze nocive dal lume intestinale.

Le macromolecole che possono essere immunogeniche come proteine, peptidi di grandi dimensioni, ma anche batteri e lectine, possono essere fagocitate da enterociti che formano lo strato epiteliale dell’intestino.

Le proteine assorbite entreranno generalmente nella via liposomiale e saranno degradate in piccoli peptidi. Normalmente, solo piccole quantità di antigene passano la barriera per transcitosi e interagiscono con il sistema immunitario innato e adattativo situato nella lamina propria.

Quando la funzione barriera viene interrotta, c’è un aumento del passaggio di antigeni dietetici e microbici che interagiscono con le cellule del sistema immunitario.

Le lectine sono presenti in una varietà di piante, specialmente nei semi, dove servono come meccanismi di difesa contro altre piante e funghi.

A causa della loro capacità di legarsi praticamente a tutti i tipi di cellule e causare danni a diversi organi, le lectine sono ampiamente riconosciute come anti-nutrienti all’interno del cibo.

La maggior parte delle lectine sono resistenti al calore e agli effetti degli enzimi digestivi e sono in grado di legarsi a diversi tessuti e organi in vitro e in vivo.

La somministrazione della lectina ad animali da esperimento ha causato la crescita iperplastica e ipertrofica dell’intestino tenue, la crescita ipertrofica del pancreas e l’atrofia del timo.

L’attività della lectina è stata dimostrata in grano, segale, orzo, avena, mais e riso.

E’ stato dimostrato che una dieta con un basso indice glicemico (contenente cereali integrali) rispetto ad una alta (contenente prodotti a base di cereali raffinati), ha portato a riduzioni sostenute dei livelli postprandiali di glucosio a lungo termine nei pazienti con diabete di tipo 2 trattati con la sola dieta.

Un grano raffinato è un grano intero che è stato spogliato del suo guscio esterno (fibra) e del suo germe, lasciando solo l’endosperma, con conseguente livelli più bassi di macro e micronutrienti e un indice glicemico dietetico più elevato per i cereali raffinati rispetto ai cereali integrali.

 Negli adulti obesi affetti da sindrome metabolica, ci sono state diminuzioni della percentuale di grasso corporeo nella regione addominale in quelli che consumano cereali integrali rispetto a quelli che consumano cereali raffinati.

Ci sono pochi studi che indagano l’influenza di una dieta di tipo paleolitico che comprende carne magra, frutta, verdura e noci, ed escludendo i tipi di alimenti, come latticini, legumi e cereali, sulla salute.

Durante alcuni studi, si è visto che nei suini domestici, la dieta paleolitica conferiva una maggiore sensibilità all’insulina e una pressione sanguigna più bassa rispetto a una dieta a base di cereali.

Negli esseri umani sedentari sani, il consumo a breve termine di una dieta di tipo paleolitico ha migliorato la pressione sanguigna e la tolleranza al glucosio, diminuito la secrezione di insulina, aumentato la sensibilità all’insulina e migliorato i profili lipidici.

La tolleranza al glucosio è migliorata anche nei pazienti affetti da una combinazione di cardiopatia ischemica e intolleranza al glucosio o diabete di tipo 2 e a cui era stato consigliato di seguire una dieta paleolitica.

Sebbene gli studi sulla dieta paleolitica siano pochi, questi risultati suggeriscono che, insieme ad altri cambiamenti dietetici, il ritiro dei cereali dalla dieta ha un effetto positivo sulla salute.

Numerosi studi hanno suggerito che le diete ricche di cereali integrali sono legate a un minor rischio di malattie cardiovascolari e mortalità.

In tutto il mondo, gli alimenti a base di cereali costituiscono generalmente parte integrante della dieta umana, contribuendo a circa il 30-70% dell’energia giornaliera.

I cereali integrali, che contengono tutte e tre le parti anatomiche del chicco (crusca, germe ed endosperma) comprendono i semi dei cereali comuni come riso, frumento, mais e segale ma anche gli pseudo-cereali quinoa, amaranto e grano saraceno.

E’ stata evidenziata un’associazione inversa tra consumo di cereali integrali e rischio di diverse malattie croniche, tra cui malattie cardiovascolari (CVD), alcune forme di cancro, diabete di tipo 2 e obesità, con risultati simili trovati in diverse popolazioni.

Le malattie cardiovascolari continuano ad essere la principale causa di morbilità e morte in tutto il mondo,  rappresentando circa un terzo di tutti i decessi: l’eccesso di peso corporeo, l’ipertensione e la dislipidemia ne sono clinicamente considerati come i più potenti fattori di rischio.

Anche in Cina, i recenti cambiamenti nelle diete tradizionali, tra cui una drastica diminuzione delle quantità di cereali integrali consumati possono essere responsabili dell’elevata mortalità da CVD osservata in questo paese.

Quinoa

La quinoa è un membro della famiglia delle Polygonaceae.

Poiché il seme è troppo piccolo per essere macinato per separare le frazioni anatomiche, la quinoa è inclusa nella categoria dei cereali integrali.

Oltre ad un alto contenuto di carboidrati amidacei, la quinoa è una buona fonte di proteine senza glutine, rispetto ad altri cereali ha un profilo aminoacidico ben bilanciato; lipidi ricchi di grassi insaturi; fibra alimentare; micronutrienti e sostanze fitochimiche.

Gli effetti del consumo di quinoa sui marcatori del rischio di malattie cardiovascolari sono molto meno studiati rispetto ad altri cereali integrali, sebbene vi siano alcune prove che il consumo regolare di alimenti a base di quinoa promuova una significativa riduzione delle concentrazioni di lipidi circolanti nel sangue.

Perciò la quinoa è considerata una buona potenziale alternativa senza glutine ai cereali comuni, sebbene sia ancora in fase di studio.

quinoa

BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA

“Effetti della quinoa ( Chenopodium quinoa Willd.)“

Liangkui Li , Georg Lietz , Wendy Bal , Anthony Watson , Ben Morfey , Chris Seal

 “L’assunzione dietetica di grano e altri cereali e il loro ruolo nell’infiammazione”

Karin de Punder e Leo Pruimboom

Microcitemia e anemia mediterranea o talassemia

Tra il 1946 e il 1960 è emersa da una lunga serie di ricerche condotte da Ezio Silvestroni e Ida Bianco, la prima mappa geografica della distribuzione delle microcitemie in Italia, rimasta  sostanzialmente invariata da allora e che ha messo in luce per la prima volta l’esistenza di densi focolai microcitemici in tutte le regioni meridionali d’Italia, in Sardegna, in Sicilia e nel territorio del Delta Padano, in cui le frequenze della microcitemia sono quasi sempre superiori al 10-15%.

La distribuzione geografica di questi focolai è subito apparsa coincidente con quella di antiche aree geografiche di malaria endemica in Italia, dando così conferma all’ipotesi, prospettata anche per altri continenti, che una particolare resistenza dell’eterozigote microcitemico alla malaria perniciosa, sia stato in passato il fattore selettivo che, attraverso una migliore sopravvivenza dei microcitemici in confronto ai non microcitemici, ha dato vita agli attuali focolai.

-Italia

In Italia la prevalenza dei portatori sani di b-talassemia varia tra il 2,4% del Lazio, il 5- 8% della Puglia, il 7-8% della Sicilia e il 12,9% della Sardegna.

Si calcola che in Italia ci siano circa 3 milioni di b-talassemici, la maggioranza dei quali sono eterozigoti cioè “portatori sani”.

La Sardegna è una delle regioni italiane a più alto rischio per l’elevato numero di portatori sani (300.000 circa) su una popolazione di circa 1,6 milioni.

Figura1- Da questa mappa geografica è stato ricavato il dato che i portatori sani di microcitemia in Italia sono almeno 2.500.000 e che i malati di anemia mediterranea erano negli anni ’50 circa 10.000 (oggi, in conseguenza della prevenzione, circa 4.000).

Il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 marzo 2017, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 109 del successivo 12 maggio, ha istituito il Registro nazionale della talassemia e delle emoglobinopatie.

Grazie al registro, si potrà avere un dato epidemiologico di massima più fedele rispetto ai dati attuali.  Le Regioni sono istituzionalmente deputate a raccogliere i dati, e il flusso informativo continua poi dalle Regioni al Registro Nazionale delle Malattie Rare presso l’Istituto Superiore di Sanità.

Accanto a questa mappa ormai storica delle microcitemie in Italia, è venuta alla luce nell’ultimo ventennio attraverso gli studi sul DNA una mappa molecolare delle talassemie in Italia.

Come in ogni altro focolaio microcitemico, anche in Italia è presente solo un numero limitato delle centinaia di varietà di b, a, d, g talassemie finora caratterizzate.

Si è ipotizzato che per la talassemia come per altri due difetti genetici (la falcemia e la carenza di attività dell’enzima G6PD) vi sia una maggiore resistenza verso la malaria perniciosa e quindi una maggiore sopravvivenza dell’eterozigote talassemico in confronto all’omozigote normale. 

Probabilmente la talassemia è stato in passato il fattore selettivo positivo che ha consentito la comparsa e poi la permanenza nei secoli di densi focolai, nonostante le perdite di geni talassemici che avvengono ad ogni generazione a causa della mancata riproduzione degli omozigoti talassemici.

Il meccanismo patogenetico di questa maggiore resistenza alla malaria non è stato però ancora identificato.

 

 L’anemia mediterranea

L’anemia mediterranea è la forma eterozigote della beta-talassemia, una malattia genetica non infettiva che si trasmette per via ereditaria.

 Il nome è dovuto alla distribuzione geografica della malattia: l’anemia mediterranea, infatti, è diffusa principalmente nei Paesi del bacino del mediterraneo (delta del Po, Sardegna, Sicilia, Nord Africa, Grecia) ma è presente con minore frequenza anche nel sud-est asiatico, nel Pacifico Meridionale, nel Medio Oriente e in alcune zone dell’India.

La storia scientifica delle talassemie inizia nel 1925, quando i due pediatri statunitensi Thomas Cooley e Pearl Lee identificano il quadro morboso della malattia.

Ciò che portò i due pediatri a identificare la malattia fu l’osservazione di cinque loro pazienti che presentavano: anemia, ingrossamento della milza e fegato, presenza di leucociti e globuli anemici, allargamento delle ossa del cranio e della faccia, alterazioni delle ossa lunghe e scolorimento della pelle.

Tutti questi pazienti avevano in comune l’origine mediterranea.

Il termine talassemia deriva dalla lingua greca, e si può tradurre con “sangue del mare”, in quanto la patologia, conosciuta fin dall’antichità, era conosciuta tra gli abitanti delle zone marine e paludose.

Da questa scoperta in poi si riscontrò una diffusione piuttosto elevata in: Africa, Medio Oriente e nei paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo.

Furono però i due ematologi italiani, Ezio Silvestroni e Ida Bianco, a dimostrare che un individuo nasce malato di Anemia mediterranea solo se entrambi i genitori sono portatori sani del gene responsabile della malattia.

Ne esistono principalmente due varianti, a seconda dell’alterazione genetica del DNA che colpisce l’individuo, e che si riflette su un’alterazione delle proteine che compongono l’emoglobina; sono l’alfa talassemia e la beta talassemia, conosciuta anche come anemia mediterranea.

Come per tutte le proteine prodotte dall’organismo, le “istruzioni” per la loro produzione sono contenute all’interno del DNA; se c’è un’alterazione, che si tramanda su base genetica, verranno lette in modo sbagliato queste istruzioni, e il risultato sarà la produzione di una proteina alterata, che comporterà di conseguenza un’alterazione nella struttura dell’emoglobina e, più in grande, di tutto il globulo rosso.

Le alterazioni delle catene possono essere più o meno gravi; alcune alterazioni lievi possono non provocare alcuna sintomatologia nella persona che soffre di talassemia, per cui essere a conoscenza del problema è solamente utile in un’ottica riproduttiva (è possibile tramandare il difetto ai propri figli, se anche il partner ha queste alterazioni); alterazioni più gravi possono provocare difetti più grandi nell’emoglobina fino ad arrivare alla totale assenza della formazione di una delle catene, che fa peggiorare man mano i sintomi della persona che ne soffre.

A seconda delle catene che sono alterate, si parla di alfa-talassemia o di beta-talassemia.

 

Alfa talassemia

L’alfa talassemia è la variante di talassemia meno diffusa all’interno della popolazione. E’ caratterizzata dalla compromissione delle catene alfa dell’emoglobina, sia per il numero di catene alterate che della gravità dell’alterazione. In condizioni particolarmente gravi può essere incompatibile con la vita.

La diffusione dell’alfa-talassemia è direttamente correlata con la diffusione della malaria, che è comune in Africa, nei paesi mediterranei, nel medio-oriente e nel sud-est asiatico, le zone di maggior diffusione della malaria.

L’alfa-talassemia è una malattia autosomica recessiva, ovvero entrambi i genitori devono soffrire del problema perché si verifichi la sintomatologia. Questo significa che esistono, nel mondo, tantissimi portatori sani di talassemia alfa, che però non mostrano alcun sintomo.

Il motivo per il quale questa variante risulti piuttosto rara, almeno dal punto di vista sintomatico, è dovuto al fatto che molte persone che manifestano i sintomi si caratterizzano per avere solamente una lieve alterazione della catena alfa, che porta ad una leggera microcitemia (cioè globuli rossi più piccoli del normale).

Poiché i globuli rossi sono solo lievemente ridotti di dimensioni rispetto a quelli normali,  in questa condizione non viene mostrato alcun sintomo, e questo fa sì che la maggior parte degli alfa-talassemici non siano a conoscenza di essere portatori della patologia.

Senza esami approfonditi, questa condizione può essere confusa con altri tipi di anemia non genetici (come l’anemia sideropenica).

Nei cromosomi, quindi nel DNA, ci sono quattro “parti”, dette alleli, due provenienti dalla mamma e due dal padre, che codificano per le catene alfa.

La gravità dell’alfa-talassemia dipende da quanti di questi alleli sono interessati, che avrà come conseguenza la gravità della patologia.

Le alterazioni possono riguardare:

Un solo allele, e si parla di forma -/α α/α (cioè, un allele alterato, -, e gli altri tre sani, α); in questo caso gli effetti sono minimi, si presenta solo la già citata lieve microcitemia e, vista l’assenza di sintomi, si parla di portatori sani di alfa-talassemia;

Due alleli, con forma -/- α/α oppure -/α -/α (a seconda che le alterazioni siano tutte di un genitore o di un altro); si parla in questo caso di tratto alfa-talassemico, ed è una condizione solo leggermente più grave rispetto alla precedente, con una microcitosi che, tuttavia, non è sintomatica.

Tre alleli, con forma -/- -/α, una condizione chiamata malattia da HbH. In questo caso la mancanza delle catene alfa porta ad una produzione eccessiva delle catene beta, che causa una variazione della conformazione dei globuli rossi, chiamati corpi di Heinz oppure cellule a bersaglio, visibili al microscopio. E’ una forma sintomatica, e si manifesta con anemia costante e con splenomegalia (aumento di volume della milza); è la variante di alfa-talassemia in cui la malattia è manifesta. I sintomi sono l’ittero, l’intolleranza all’attività fisica, la formazione dei calcoli alla cistifellea e l’ipertensione durante la gravidanza.

Quattro alleli, con forma -/- -/-; in questo caso la catena non è affatto presente, e questo rende impossibile al feto la vita fuori dall’utero, motivo per cui i bambini che ne soffrono sono destinati al decesso subito dopo il parto, per impossibilità di respirare.

Trattandosi di una malattia genetica, non esiste una terapia risolutiva per l’alfa-talassemia, tuttavia esistono diverse possibilità terapeutiche mirate a ridurre i sintomi della patologia e a sostituire globuli rossi sani a quelli malati; questo è possibile farlo provvisoriamente con le trasfusioni di sangue, inserendo globuli rossi di altre persone nel proprio sangue; è possibile farlo definitivamente con il trapianto di midollo osseo, inducendo così il proprio organismo a produrre globuli rossi sani.

 

Beta-Talassemia

La Beta-Talassemia è la variante di talassemia più diffusa, molto presente nel nostro paese, ed è meglio conosciuta come Anemia Mediterranea, o talassemia mediterranea. Queste definizioni sono sinonimi e servono ad indicare la stessa patologia.

La beta-talassemia ha una causa molto simile a quella dell’alfa-talassemia, con la differenza che ad essere alterate non sono le catene alfa, bensì le catene beta. La causa è comunque di natura genetica, e riguarda in questo caso un allele per genitore (per un totale di due alleli, non quattro come nell’alfa-talassemia) che possono essere sani oppure alterati.

Si tratta della variante di talassemia più diffusa, ed è molto frequente in Italia, in particolare in Sicilia e Sardegna, in diverse isole del mediterraneo (Corsica, Cipro, Mala, Creta) e in Nordafrica. Come l’alfa-talassemia, conferisce protezione alla malaria, motivo per cui probabilmente si è avuta una diffusione così importante nei secoli scorsi di questa patologia.

La beta-talassemia si può trovare in tre forme diverse, dette Talassemia Major, o morbo di Cooley, Talassemia Intermedia e Talassemia Minor. Le forme dipendono dal grado di alterazione delle catene beta dell’emoglobina. Gli alleli vengono definiti, a seconda del grado di alterazione:

β, che indica la variante normale delle catene beta (quelle presenti nei soggetti che non soffrono di talassemia),

β+, che indica la variante danneggiata, ma non assente, della catena beta;

βo, che indica la variante del tutto assente della catena beta.

In base a questa classificazione, a seconda delle alterazioni, abbiamo le diverse forme di talassemia:

La talassemia minor implica un genitore con l’allele sano e un genitore con l’allele malato, sia danneggiato che completamente assente. E’ una variante sintomatica che causa una diminuzione del volume corpuscolare medio, ovvero i globuli rossi sono un po’ più piccoli del normale. In questo caso non c’è bisogno di alcuna terapia, perché al di là delle piccole alterazioni la sintomatologia è molto lieve. Si indica con β+/β o βo/β.

La talassemia intermedia è la variante in cui uno dei due genitori l’allele per la catena beta danneggiato, e l’altro lo ha danneggiato oppure assente. Si indica con β+/β+oppure con βo/β+, e chi ne soffre può avere bisogno sporadicamente di trasfusioni ma, con una serie di controlli nel corso della vita, può condurre un’esistenza pressoché normale.

La talassemia major, detta anche Morbo di Cooley: è la forma di talassemia manifesta, quella in cui le terapie sono necessarie e devono continuare per tutta la durata della vita. Si verifica quando tutti gli alleli sono mutati, si indica con βo/βo e la catena beta dell’emoglobina è danneggiata completamente. A differenza dell’alfa-talassemia, questa condizione non è incompatibile con la vita, ma causa diversi sintomi; se non trattata può causare morte prima dei 20 anni, e il trattamento consiste nelle trasfusioni periodiche di sangue e chelazione del ferro, che può causare problemi nell’organismo.

I sintomi di questa variante coinvolgono la milza, spesso più grande del normale di dimensioni che può necessitare di essere rimossa, i calcoli biliari, l’anemia e l’insufficienza cardiaca, il sintomo che più frequentemente è la causa di morte in questa patologia. Ci possono essere inoltre sintomi epatici, dovuti all’eccesso di ferro all’interno dell’organo.

Anche in questo caso non esiste una terapia risolutiva, trattandosi di una malattia genetica, ma come per l’alfa-talassemia è indicato il ricorso alle trasfusioni, il trattamento di chelazione per evitare il sovraccarico di ferro e, se possibile, si effettua il trapianto del midollo osseo, una procedura risolutiva perché permette la produzione di globuli rossi non alterati, che riescono così a limitare i sintomi.

Per la Beta-talassemia è molto importante la prevenzione, non quella della persona che già ne soffre ma quella dei nascituri; per evitare la trasmissione della malattia ai figli, infatti, si cerca di evitare che due persone che hanno le catene beta alterate possano avere dei figli insieme.

 Delta-Talassemia

Una variante della Beta-Talassemia è la Delta-Talassemia, detta più precisamente Beta-Delta Talassemia. Si tratta di una situazione nella quale oltre ad essere limitata o assente la sintesi delle catene beta è limitata o assente anche quella delle catene delta, importanti soprattutto nella vita fetale e che non comportano, nell’adulto, sintomi diversi da quelli della beta talassemia.

E’ importante più per i fini diagnostici che non per la terapia, in quanto queste catene si trovano solamente nel 2-3% dell’emoglobina dei bambini e degli adulti; il problema principale in questa situazione rimane, quindi, sempre quello relativo alla Beta-Talassemia.

I portatori sani di talassemia

Le due varianti principali di talassemia sono entrambe malattie autosomiche recessive, ovvero è necessario che entrambi i genitori soffrano della patologia, anche in forma asintomatica o quasi, perché la malattia si manifesti nei bambini. Se un genitore soffre di talassemia e l’altro no, i figli non avranno alcun problema ma potrebbero nascere a loro volta portatori sani di questa patologia.

I portatori sani possono essere un solo genitore oppure entrambi i genitori, oppure uno dei due genitori può essere malato. Se un solo genitore è portatore sano non ci sono rischi per il bambino; se tutti e due i genitori sono portatori sani c’è 1/4 di possibilità che il bambino possa essere affetto dalla malattia, mentre se un genitore è portatore sano e un genitore è malato le possibilità salgono ad 1/2. Quando, invece, entrambi i genitori sono malati della stessa forma di talassemia, il passaggio della patologia è certo, il bambino nascerà malato, ed è il motivo per cui viene sconsigliato fare figli a due persone malate della stessa forma di talassemia.

Se uno o entrambi i genitori sono portatori sani può succedere che il bambino nasca con la talassemia, e in questo caso è importante esserne consapevoli eseguendo dei test di screening in gravidanza, per scongiurare la patologia.

I test da eseguire sono l’amniocentesi, cioè l’analisi del liquido amniotico che permette di verificare la presenza delle alterazioni del DNA del bambino e la villocentesi, che si effettua prima dell’amniocentesi e va ad analizzare i villi coriali.

Nel caso il bambino si rivelasse talassemico, la coppia deve prima di tutto essere consapevole del fatto che il figlio dovrà convivere con la patologia, se deciderà di proseguire con la gravidanza, e la diagnosi prenatale può essere utile perché la coppia possa compiere la scelta, eventuale, dell’interruzione della gravidanza.

 Nel caso la gravidanza proseguisse, bisogna tenere in considerazione che a seconda del grado della gravità il bambino potrebbe necessitare di terapie per tutta la durata della vita.

Il consiglio è quindi quello di parlarne con un medico per capire quali sono le implicazioni di questa scelta, così da decidere consapevolmente e, nel caso, di poter valutare la possibilità di applicazione di terapie di nuova generazione, come le terapie geniche, per cercare di rendere la vita del bambino più normale possibile.

La dieta per la talassemia

La dieta è una componente tanto più importante per tenere sotto controllo la talassemia quanto più grave è la patologia di cui si soffre. Se la dieta non porta, in generale, vantaggi nelle forme lievi di talassemia, è di importanza molto più alta in quelle gravi, in particolare nella malattia da HbH e nella talassemia major.

La dieta deve essere mirata soprattutto alla limitazione del ferro all’interno degli alimenti, perché le continue trasfusioni di sangue possono provocare un sovraccarico di ferro che può danneggiare diversi organi.

L’osservazione di una dieta a basso contenuto di ferro, unita se necessario alla terapia chelante, una terapia farmacologica che permette di limitare il ferro all’interno dei diversi organi, consente di tenere sotto controllo i rischi dovuti all’eccesso, e in questo modo è possibile condurre una dieta praticamente normale.

SITOGRAFIA

http://www.pieracutino.it/storia-e-distribuzione-geografica-dellanemia-mediterranea/

https://www.anemiamediterranea.it/talassemia-tutto-quello-che-devi-sapere-su-questa-patologia/

Sole e inquinamento: che succede ai nostri capelli?

L’esposizione all’inquinamento è un noto fattore di rischio per la salute umana, ma se a questo si associa una prolungata esposizione alla radiazione solare UV, cosa può accadere?

Sebbene esistano studi correlati tra l’esposizione a inquinanti come gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA o PHA) e la salute umana,  confronti in vivo di tessuti umani esposti e non esposti sono scarsi.

Si è deciso di utilizzare i capelli umani come matrice modello per studiare la correlazione dell’inquinamento da PAH con i cambiamenti microstrutturali nel tempo.

E’ così emerso che il trattamento delle fibre dei capelli  con l’irradiazione ultravioletta (UV ) porta a un danno corticale più pronunciato, specialmente intorno ai melanosomi, nei campioni con concentrazioni di  idrocarburi policiclici aromatici  (  PHA ) più elevate.

Si pensa inoltre che l’effetto dannoso delle concentrazioni di PAH insieme all’irradiazione UV sulla microstruttura del capello probabilmente possa essere applicato anche ad altri tessuti umani.

Con l’aumento dell’industrializzazione e la crescente mobilità umana, l’inquinamento ambientale dovuto alle emissioni industriali e legate ai trasporti e alla dispersione di sostanze chimiche tossiche è aumentato significativamente negli ultimi secoli con un impatto dannoso sulla salute umana.

Sebbene gli sforzi siano intrapresi in tutto il mondo per ridurre l’emissione di inquinanti atmosferici, chimici e del suolo,  l’esposizione dovuta al particolato ambientale e molti altri fattori di rischio è ancora in aumento.

Esperimenti in vitro e correlazioni in vivo consentono oggi di proporre una relazione causale tra esposizione al particolato (PM), produzione di specie reattive dell’ossigeno, infiammazione e danno al DNA spiegando la correlazione tra esposizione a PM e aumento della mortalità.

Alcuni inquinanti, in particolare della famiglia degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) sono fototossici e gli esperimenti in vitro suggeriscono nel caso della pelle un maggiore effetto deleterio dell’inquinamento simultaneo di PAH e dell’esposizione ai raggi ultravioletti (UV).

L’utilizzo dei capelli umani come matrice ha il vantaggio di fornire informazioni sull’esposizione cronica all’inquinamento che coprono fino a diversi mesi per ogni individuo.

Inoltre, l’analisi del capello consente di rilevare sia gli inquinanti che i loro metaboliti, contrariamente ai fluidi biologici normalmente utilizzati.

Gli inquinanti possono entrare nel follicolo pilifero attraverso il flusso sanguigno o il tessuto circostante e rimanere nella corteccia della matrice pilifera.

Oggi sono stati rilevati diversi inquinanti organici nei capelli come gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e le dibenzodiossine policlorurate (PCDD) provenienti da fonti della combustione.

Inoltre, nei capelli sono stati trovati diversi pesticidi utilizzati in agricoltura come organofosfati e organoclorurati,  policlorobifenili (PCB) utilizzati come liquidi refrigeranti e plastificanti, nonché gli eteri di difenile polibromurato (PBDE) ampiamente utilizzati come ritardanti di fiamma.

Mentre i capelli crescono e mentre la fibra invecchia nel tempo, sia la struttura interna della corteccia che l’integrità della cuticola esterna vengono danneggiate a causa di effetti ambientali come l’esposizione ai raggi UV, i cambiamenti di umidità o l’usura meccanica.

In alcuni campioni di capelli, sono visibili solo poche aree bianche dovute all’assenza di materiale biologico, mentre se ne osservano di più  in campioni provenienti da zone più inquinate.

 Tali zone vuote, talvolta chiamate in letteratura vacuolo o lacune, sono state osservate nei capelli trattati chimicamente e anche nei capelli invecchiati nel tempo , mentre qualitativamente sono meno frequenti nei capelli naturali non trattati e vicino alla radice.

Le zone vuote osservate possono apparire in posizioni diverse e possono essere dovute all’assenza di granuli di melanina, a residui cellulari assenti o a fratture.

Per testare l’influenza dell’irradiazione UV su campioni di capelli con diversi profili di inquinamento in condizioni di umidità controllata, sono state esposte le radici di 200 fibre di capelli a diverse dosi di irradiazione UV utilizzando uno Xenotest.

Lo Xenotest consente di simulare, tramite l’utilizzo di apposite lampade ad arco allo xenon in grado di riprodurre in modo efficace la maggior parte dello spettro del visibile, la resistenza all’esposizione alla luce solare.

In breve, le fibre dei capelli sono state esposte all’irradiazione UV e alla luce visibile a lunghezze d’onda superiori a 300 nm con un’irradiazione di 45 W/m 2 al 60% di umidità e 35 °C per 4, 6 e 8 giorni ininterrottamente.

Questo trattamento è approssimativamente equivalente a un’esposizione continua alla luce del giorno per 60 giorni.

Nelle immagini si possono distinguere delle zone bianche vuote più grandi attorno ai melanosomi soprattutto nel gruppo di fibre esposte anche ad agenti inquinanti, nonché un cambiamento nella trama dei melanosomi.

E’ stato così dimostrato che il danno naturale della cuticola e della corteccia dei capelli appare più velocemente nelle fibre dei capelli con concentrazioni medie di PAH più elevate e che le fibre inizialmente meno danneggiate con una maggiore contaminazione da PAH mostrano un danno maggiore dopo il trattamento UV.

Quindi attenzione all’esposizione solare prolungata, a maggior ragione in zone inquinate. 

D’ estate è necessaria una foto-protezione sia per la pelle che per i capelli, per questi ultimi sempre consigliato anche l’utilizzo di un cappello.  Inoltre sono sempre da preferire detergenti e cosmetici delicati e naturali, evitando i trattamenti chimici aggressivi.

BIBLIOGRAFIA

“Human pollution exposure correlates with accelerated
ultrastructural degradation of hair fibers”

Gregoire Naudin ,  Philippe Bastien ,  Sakina Mezzache ,  Erwann Trehu ,  Nasrine Bourokba ,  Brice Marc René Appenzeller ,  Jeremie Soeur , Thomas Bornschlögl

Allergie alimentari: i cibi colpevoli della maggior parte delle reazioni

L’allergia alimentare è una condizione con un impatto sociale ed economico significativo e un argomento di intensa preoccupazione sia per gli scienziati che per i medici. In tutto il mondo, oltre 220 milioni di persone soffrono di una qualche forma di allergia alimentare, ma il numero riportato è solo la punta dell’iceberg.

Gli ultimi anni hanno portato nuove prospettive nella diagnosi dell’allergia alimentare.

Chiarire i meccanismi immunologici incriminati, insieme al disegno del fenotipo clinico delle reazioni di ipersensibilità alimentare, garantisce una diagnosi accurata dell’allergia alimentare.

Inoltre, la diagnosi allergica a base molecolare, che viene sempre più utilizzata nelle cure di routine, è un trampolino di lancio per una migliore gestione dei pazienti allergici alimentari.

Negli Stati Uniti d’America, dal 4 al 6% dei bambini e il 4% degli adulti soffre di allergia alimentare, rappresentando circa 15 milioni di persone.

Secondo le stime dell’Accademia europea di allergologia e immunologia clinica, la prevalenza dell’allergia alimentare è raddoppiata negli ultimi dieci anni e in Europa il numero di persone che soffrono di allergie alimentari supera attualmente i 17 milioni.

Inoltre, un numero crescente di gravi reazioni potenzialmente letali nei bambini è stato collegato alle allergie alimentari.

Il termine generico “reazioni di ipersensibilità alimentare” comprende “qualsiasi reazione avversa al cibo“.

L’allergia alimentare si riferisce al sottogruppo di reazioni innescate da allergeni alimentari in cui sono coinvolti meccanismi immunologici, IgE mediato, non mediato da IgE o misto IgE e non mediato da IgE.

Le reazioni di ipersensibilità alimentare non allergiche, note in passato come “intolleranza alimentare“, hanno invece diversa eziologia, presentazione clinica e approccio rispetto alle reazioni immuno mediate.

L’allergia alimentare mediata da IgE si presenta più spesso con sintomi immediati, con insorgenza entro due ore dall’ingestione del cibo colpevole.

L’insorgenza immediata di segni e sintomi orofaringei o cutanei rende più probabile la diagnosi di allergia alimentare.

L’età è un altro fattore indicativo di un’ipersensibilità mediata da IgE al cibo. Pertanto, una reazione sistemica che si verifica in un bambino dopo l’esposizione a un allergene alimentare è altamente suggestiva di una malattia mediata da IgE.

Al fine di migliorare l’accuratezza della diagnosi di una reazione allergica al cibo, il clinico dovrebbe considerare il cibo che suscita costantemente reazioni allergiche.

Otto tipi di alimenti causano circa il 90% delle allergie alimentari:

  • latte
  • uova
  • pesce
  • crostacei
  • noci
  • arachidi
  • grano
  • soia

Tuttavia, qualsiasi cibo può innescare una reazione allergica.

La quantità ingerita, la preparazione del cibo sospetto, la frequenza dei sintomi associati all’ingestione sono aspetti storici rilevanti, che devono essere presi in considerazione dal clinico.

Il cibo tollerato in numerose occasioni precedenti ha meno probabilità di essere incriminato.

La revisione delle etichette degli alimenti potrebbe essere utile quando si considerano allergeni nascosti o non identificati negli alimenti trasformati.

La revisione della storia potrebbe anche rivelare l’esistenza di co-fattori, come l’esercizio fisico, il consumo di alcol o droghe.

Anche se raramente servono come diagnostica da soli, i diari alimentari possono essere utili per identificare cibo contenente ingredienti nascosti, cibo che è stato trascurato dal paziente o modelli di reazioni (esistenza di co-fattori). I diari alimentari sono registrazioni scritte di tutto ciò che viene ingerito da un paziente, inclusi condimenti, alcol e caramelle.

L’esame fisico può rivelare segni di una reazione acuta immediata o risultati cronici compatibili con le reazioni atopiche (asma, rinite allergica, dermatite atopica). Tuttavia, l’esame fisico non è di per sé rilevante nella diagnosi di allergia alimentare.

La storia clinica e l’esame mancano di specificità e sensibilità sufficienti per stabilire la diagnosi di allergia alimentare.

Le indagini in vivo (test cutanei) e in vitro sulla sensibilizzazione sono strumenti aggiuntivi essenziali per valutare i pazienti con una suggestiva storia clinica di allergia alimentare e rappresentano la seconda linea di approccio di questi pazienti.

Le diete di eliminazione sono utilizzate nella gestione dei pazienti affetti da allergie alimentari, nonché una parte della valutazione per l’allergia alimentare, e si riferiscono alla prevenzione del cibo incriminato. Pertanto, le diete di eliminazione si rivolgono a diversi aspetti nella pratica clinica:

  • rimuovere uno o più alimenti sospetti dalla dieta di un paziente è talvolta utile per determinare se stanno causando o esacerbando una condizione;
  • prescrivere una “dieta oligo-antigenica” in cui il cibo comunemente coinvolto in disturbi allergici viene rimosso temporaneamente dalla dieta può essere utile nella valutazione di pazienti con condizioni croniche, come dermatite atopica o orticaria cronica, in cui si sospetta allergia alimentare, ma nessun alimento specifico può essere incriminato;
  • le “diete elementali” (la dieta elementare è una dieta liquida utilizzata prevalentemente per aiutare le persone a riprendersi da determinati problemi di salute), come le formule di idrolizzati o a base di amminoacidi, sono utilizzate da alcuni specialisti allergici nella valutazione di disturbi associati a molteplici sensibilità alimentari, come l’esofagite eosinofila. Tali diete dovrebbero essere prescritte solo con grande cautela, in particolare nei lattanti e nei bambini, per evitare carenze nutrizionali;
  • la rimozione completa del sospetto allergene è raccomandata prima delle prove alimentari, per garantire che il cibo specifico non interferisca con la capacità di apprezzare una reazione.

Sebbene le diete di eliminazione possano essere utilizzate come mezzo aggiunto per diagnosticare l’allergia alimentare, non possono confermare la diagnosi da sole.

L’allergia alimentare è un problema di salute comune, che dimostra un impatto socioeconomico significativo, specialmente nella popolazione pediatrica. Una diagnosi affidabile di allergia alimentare è fondamentale per evitare le diete di esclusione non necessarie e per formulare raccomandazioni dietetiche personalizzate.

Negli ultimi anni sono stati compiuti notevoli progressi nel chiarire l’algoritmo diagnostico nell’allergia alimentare.

La reattività clinica può essere efficacemente prevista in pazienti con una storia rilevante e in cui è documentato un certo livello di sensibilizzazione in vivo e/o in vitro. Tuttavia, in alcuni casi, possono ancora essere richiesti test di provocazione orale per stabilire o escludere la diagnosi di allergia alimentare. La caratterizzazione dei modelli di biologia e reattività incrociata degli allergeni alimentari  ha portato nuove intuizioni nell’approccio del paziente allergico al cibo; ha contribuito ad aumentare l’accuratezza della diagnosi di allergia alimentare e a stabilire modelli di sensibilizzazione con particolari esiti prognostici in arachidi, nocciole, latte e allergia alle uova.

 

 

SITOGRAFIA/BIBLIOGRAFIA

“Panoramica della diagnosi di allergia alimentare”

IRENA MANEA,ELENA AILENEI, DIANA DELEANU

Attenti al cane ( e al gatto ) !

I morsi di cane rappresentano l’1% delle visite al pronto soccorso, negli Stati Uniti rappresentano dall’85% al 90% dei morsi di animali; nessuna razza è stata individuata come più spesso responsabile.

Tuttavia le razze Pitbull e Rottweiler rappresentano la maggior parte dei colpevoli dei morsi agli umani e la maggior parte delle vittime sono bambini.

I morsi a bambini di solito coinvolgono la testa e il collo mentre adolescenti e adulti tendono ad avere più ferite da morso alle estremità. Più del 70% dei morsi proviene da un cane noto alla vittima.

I morsi di gatto rappresentano dal 5% al 10% delle ferite da morso degli animali e si verificano più spesso nelle donne adulte, di solito alle estremità.

Trattamento delle ferite

Le ferite da morso degli animali sono considerate fortemente contaminate; pertanto, un corretto trattamento è essenziale per prevenire l’infezione secondaria.

La superficie cutanea interessata deve essere pulita e la ferita deve essere abbondantemente irrigata con acqua, soluzione salina o iodo-povidone diluito, specialmente se l’animale è affetto da rabbia.

Per irrigare la ferita, è necessario utilizzare una siringa da 20 ml o più grande per generare l’alta pressione necessaria per una pulizia adeguata.

Il debridment ( asportazione ) del tessuto devitalizzato riduce ulteriormente il potenziale di infezione.

La ferita deve essere attentamente esplorata per il coinvolgimento di tendini o ossa e corpi estranei e la presenza di corpi estranei, come frammenti di denti.

Cani e gatti più anziani hanno spesso una malattia parodontale significativa, aumentando il rischio che un dente si rompa durante un morso.

La radiografia è indicata se si sospetta un coinvolgimento di un corpo estraneo o osseo

Le rotture del tendine dovrebbero essere evidenti all’esame, ma identificare una rottura parziale del tendine richiede un’attenta esplorazione della ferita.

Profilassi antibiotica

Ci sono dati contrastanti sulla profilassi antibiotica nel trattamento delle ferite da morso del cane e dati molto limitati in altre ferite da morso di animali. Nelle ferite alle mani, la profilassi antibiotica ha ridotto il tasso di infezione dal 28% al 2 %. La profilassi antibiotica deve essere utilizzata per le ferite da morso ad alto rischio e considerata nelle ferite a rischio medio.

Le colture di ferite da morso non sono generalmente utili, a meno che la parte non sia già infetta. Gli agenti patogeni comuni associati ai morsi degli animali includono Staphylococcus, Streptococcus, Pasteurella, Capnocytophaga, Moraxella, Corynebacterium, Neisseria e batteri anaerobici.

Pasteurella multocida è un batterio comune nella bocca dei gatti, ma può anche essere presente nei cani. Questo batterio può causare un’infezione in rapida crescita nell’uomo ed è uno dei motivi per considerare la profilassi antibiotica per le ferite da morso. Le ferite che si infettano entro 24 ore dal morso sono spesso causate da Pasteurella.

Capnocytophaga canimorsus è un agente patogeno umano emergente che è stato isolato dalle bocche del 24% dei cani e del 17% dei gatti.

Questo fastidioso batterio gram-negativo può causare setticemia, meningite ed endocardite. I pazienti che hanno avuto splenectomia o che abusano di alcol sono più a rischio di infezione da C. canimorsus.

Tutti i morsi di gatto sono considerati ad alto rischio di infezione perché tendono a causare profonde ferite da “puntura” ( causano fori piccoli ma profondi )

L’amoxicillina/clavulanato (Augmentin) è generalmente considerato il trattamento profilattico di prima linea per i morsi di animali.

 

Per gli adulti:

-Prima linea

Amoxicillina/clavulanato (Augmentin), 875/125 mg ogni 12 ore

-Alternative

Clindamicina, 300 mg 3 volte al giorno più ciprofloxacina (Cipro), 500 mg due volte al giorno

Doxiciclina, 100 mg due volte al giorno

Penicillina VK, 500 mg 4 volte al giorno più dicloxacillina, 500 mg 4 volte al giorno

Un fluorochinolone; trimethoprim/sulfamethoxazolo ( Bactrim), 160/800 mg due volte al giorno; o cefuroxima, 500 mg due volte al giorno più metronidazolo (Flagyl), da 250 a 500 mg 4 volte al giorno, o clindamicina, 300 mg 3 volte al giorno

Per i bambini:

-Prima linea

Amoxicillina/clavulanato, da 25 a 45 mg per kg diviso ogni 12 ore

-Alternativa

Clindamicina, da 10 a 25 mg per kg diviso ogni 6-8 ore più trimetoprim/sulfamethoxazolo, da 8 a 10 mg per kg (componente trimetoprim) diviso ogni 12 ore

Donne incinte allergiche alla penicillina:

Azitromicina (Zithromax), da 250 a 500 mg al giorno

La vaccinazione contro il tetano è raccomandata dopo un morso animale se sono passati più di cinque anni da quando il paziente è stato immunizzato

 

Prevenire i morsi degli animali

La maggior parte dei cani che mordono sono noti alla vittima. I cani dovrebbero essere abituati ai bambini dal momento in cui sono cuccioli.

L’addestramento rende un cane più sicuro e meno propenso a mordere per paura.

Gli animali domestici dovrebbero avere visite veterinarie regolari per rimanere aggiornati sui vaccini e migliorare la salute. Gli animali domestici malati hanno maggiori probabilità di mordere, i cani sterilizzati hanno dimostrato invece di mordere molto meno.

Ad ogni modo, i bambini piccoli non dovrebbero mai essere lasciati soli con animali domestici.

 

Rabbia

La rabbia è un virus che può infettare qualsiasi mammifero, negli ultimi dieci anni ci sono stati fino a otto casi umani negli Stati Uniti ogni anno.

Una volta sintomatico, è quasi universalmente fatale.

Negli Stati Uniti, i gatti sono l’animale domestico più comunemente infetto, mentre procioni, pipistrelli e puzzole sono gli animali selvatici più coinvolti.

Cani e gatti che vivono all’aperto devono essere vaccinati con l’antirabbica.

La profilassi post-esposizione è indicata in tutte le persone che sono state eventualmente esposte a un animale rabbioso.

La profilassi consiste nell’immunoglobulina e nella vaccinazione antirabbica nei giorni 0, 3, 7 e 14.

L’immunoglobulina viene infiltrata intorno alla ferita da morso e qualsiasi volume aggiuntivo viene somministrato in un sito distante dal sito di vaccinazione, di solito il braccio opposto a quello del vaccino antirabbico.

La profilassi post esposizione non è generalmente necessaria nei pazienti con un morso di cane o gatto finché l’animale non mostra segni di rabbia, come inappetenza, disfagia, comportamento anomalo, atassia, paralisi, vocalizzazione alterata o convulsioni; tuttavia, l’animale deve essere monitorato per almeno 10 giorni

Se l’animale mostra segni di rabbia, si ammala o muore, si raccomanda una profilassi post-esposizione immediata.

SITOGRAFIA/BIBLIOGRAFIA

“Dog and Cat Bites”

OBERT ELLIS, MD, University of Cincinnati, Cincinnati, Ohio

CARRIE ELLIS, DVM, MS, Animal Hospital on Mt. Lookout Square, Cincinnati, Ohio

Am Fam Physician. 2014 Aug 15;90(4):239-243.

Alle origini del Photoaging

Le discromie sono sintomi dell’invecchiamento cutaneo.

Sono collegati con la presenza di melaninalipofuscina, il cui eccesso e la distribuzione anomala nella pelle causano la comparsa di macchie scure.

La melanina si forma sotto l’influenza di tirosinasi durante la melanogenesi.

Il suo contenuto cambia con l’età, ed è associata tipicamente alla menopausa e ai cambiamenti ormonali.

La lipofuscina è un altro esempio di pigmento legato all’età, ed è composto da proteine, lipidi e carboidrati. La formazione e l’accumulo di lipofuscina è inevitabile e porta alla disfunzione dell’omeostasi cellulare.

Melanina

Il colore della pelle, degli occhi e dei capelli dipende dalla melanina.

La melanina è composta da biopolimeri polimorfi e multifunzionali, come l’eumelanina (dominante in individui con pelle e capelli scuri), feomelanina (dominante negli individui con capelli rossi e fototipi di pelle I e II, in cui i tumori della pelle sono più comuni), neuromelanina (nel cervello umano) e pigmenti misti di melanina che sono prodotti finali di una trasformazione in poche fasi della L-tirosina.

La melanina umana si trova nella pelle, nell’iride, nelle cellule post-mitotiche come neuroni, miociti cardiaci, epatociti e cellule gliali.

La melanina regola la biosintesi della vitamina D3 e aumenta la resistenza della pelle alle scottature solari e ai tumori.

È protettivo come filtro UV e influisce sulla termoregolazione, quando l’assorbimento della radiazione solare sta cambiando. La pelle contiene estrogeni, recettori del progesterone e degli androgeni. I recettori degli estrogeni si trovano in cheratinociti, fibroblasti, ghiandole sebacee, ghiandole sudoripare, follicoli piliferi e vasi cutanei.

I recettori del progesterone si trovano nei melanociti e giocano un ruolo importante nella formazione delle macchie, mentre i recettori degli androgeni si trovano nei nuclei di cheratinociti, follicoli piliferi e ghiandole sebacee.

Questi recettori sono distribuiti in modo diverso nei tessuti e l’espressione dei geni che li codificano cambiano nel corso della vita.

I disturbi ormonali che si verificano durante la menopausa influenzano significativamente la condizione generale e la comparsa di macchie della pelle e dei suoi annessi, e si manifestano sia con ipo- che con iper-pigmentazione.

Melanogenesi

La pelle è composta da unità epidermiche che sono responsabili della produzione e distribuzione della melanina. Queste unità sono composte da melanociti, circondati dai cheratinociti e regolati dal sistema paracrino.

In condizioni fisiologiche la sintesi della melanina avviene nei melanociti. I suoi elementi enzimatici e strutturali sono organizzati separatamente in un processo simile alla formazione del lisosoma. I melanociti hanno origine in melanoblasti di cresta neurale che migrano verso destinazioni diverse, come l’epidermide o i follicoli piliferi.

La presenza di tirosinasi provoca l’ossidazione della tirosina o dell’L-diidrossifenilalanina (L-DOPA) a dopachinone, avvia l’eu- o la feomelanogenesi. La tirosinasi può essere attivata dalle radiazioni UV, da infiammazione, dalle ghiandole endocrine (ghiandola pituitaria, gonadi), vitamine A e PP, da acido pantotenico e acido folico.

I cheratinociti producono diversi fattori come risultato dell’esposizione alle radiazioni ultraviolette, che possono stimolare o inibire la melanogenesi.

Un’alta concentrazione di ioni metallici (Mn2+ o Cu2+) porta all’ossidazione dell’L-DOPA e alle melanine. L’inibizione della tirosinasi può essere modulata a causa dell’azione dell’attività della vitamina C e della ghiandola endocrina (surrenale e pineale). La tirosinasi, come già detto, è un enzima dipendente dagli ioni di rame e catalizza la trasformazione dell’L-tirosina in L-DOPA. Le mutazioni all’interno di una sequenza di questo enzima portano a diverse malattie legate a disturbi della pigmentazione della pelle.

Lipofuscina

La lipofuscina è un materiale di scarto delle strutture intracellulari che si accumula nei lisosomi, tra le cellule post-mitotiche.

È un materiale indegradabile e non può essere rimosso  dalle cellule durante l’esocitosi. Cellule post-mitotiche come neuroni, miociti cardiaci, fibre, cellule epiteliali pigmentate retiniche (RPC) possono gradualmente diventare marrone-giallo e mostrare auto-fluorescenza. La lipofuscina può essere rilevata in neuroni di  bambini di 3 o 4 mesi e nei miociti cardiaci già in tarda infanzia.

Le proteine sono l’obiettivo principale dei radicali (ROS) e questo tipo di ossidazione aumenta con l’età.

Le proteine ossidate non sono funzionali e possono venire riparate,  oppure rilasciate come peptidi o liberi amminoacidi nel proteasoma, oppure vengono rimossi con il processo di esocitosi.

Con l’età, questi meccanismi riparativi si possono però indebolire.

Quindi, le proteine ossidate si accumulano nelle cellule e causano danni ai tessuti e deposizione di lipofuscina. Il contenuto di melanina può aumentare o diminuire con l’età.

La riduzione della concentrazione di melanina in caso di una persona anziana può manifestarsi per lo più con i capelli grigi e questo sintomo è tipico per tutte le persone, indipendentemente genere o razza.

Tuttavia, la riduzione della melanina non è limitata ai follicoli piliferi, ma colpisce anche l’epidermide, l’epitelio pigmentato retinico, alcune aree del sistema nervoso centrale. La somministrazione di ormoni sessuali durante la terapia ormonale sostitutiva (HRT) migliora la qualità e spessore della pelle e stimola anche la funzione dei melanociti. Porta però anche ad un aumento della sintesi di pigmento e provoca la sua distribuzione irregolare.

In età senile appaiono lentiggini, che possono essere causate proprio dalla somministrazione di estrogeni e progestinici.

Mentre un livello più elevato di lipofuscina aumenta la suscettibilità allo stress ossidativo, riduce la degradazione lisosomiale, che favorisce lo sviluppo di varie patologie tipiche della vecchiaia.

Questi cambiamenti si verificano nelle malattie neurodegenerative, come Alzheimer e morbo di Parkinson.

La formazione di lipofuscina non è un fattore sufficiente per spiegare l’invecchiamento, ma è sicuramente associata per esempio con la comparsa delle macchie sul lato dorsale delle mani e del viso.

Questi cambiamenti possono essere migliorati mediante un’applicazione di agenti topici o l’assunzione di alte dosi orali di vitamina E che può ridurre il livello di lipofuscina.

BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA

“Melanin and lipofuscin as hallmarks of skin aging” – Anna Skoczyńska, Elżbieta Budzisz, Ewa Trznadel-Grodzka, Helena Rotsztejn

 

 

 

Mascherine chirurgiche: effetti collaterali

La pandemia di COVID-19 (SARS-COV-2) è associata, oltre ad altre malattie della pelle, a dermatosi facciali causate dalle misure profilattiche professionali (principalmente mascherine facciali), particolarmente riportate negli operatori sanitari, come dermatite irritante e da contatto, dermatite seborroica, rosacea, acne. Infatti, l’uso prolungato di maschere facciali provoca un ambiente umido e caldo che innesca malattie della pelle del viso. Inoltre, a causa del prurito c’è il rischio di rimuovere la maschera, anche se per un breve periodo di tempo, riducendo però, così, il ruolo dei dispositivi nella prevenzione del contagio da COVID-19.

  • Demodex (acari), rosacea, acne vulgaris e dermatite seborroica

1.Demodex

Demodex folliculorum e Demodex brevis, le due specie di Demodex, si trovano sulla pelle degli esseri umani adulti, in particolare nelle unità pilosebacee del viso.

D. follicolorum risiede all’interno del follicolo pilifero, mentre D. brevis si trova prevalentemente nelle ghiandole sebacee.

Gli acari Demodex penetrano nelle cellule della pelle (in particolare i cheratinociti che allineano i follicoli pilosebacei) e ingeriscono il loro contenuto, si nutrono del sebo e delle proteine cellulari tramite rilascio di propri enzimi ( lipasi e proteasi )

Il processo enzimatico porta alla degradazione dell’epitelio follicolare, che può causare infiammazione peri-follicolare.

2.Rosacea

La rosacea è un comune disturbo cutaneo infiammatorio cronico, che persiste con l’ alternanza di periodi di remissione ed esacerbazione. E’ caratterizzato dalla presenza di vampate di calore, eritema, telangesia, edema, papule, pustole, lesioni oculari.

Vi sono diversi tipi di rosacea, nella cui patogenesi sono coinvolti vari fattori, tra cui anomalie nell’omeostasi vascolare cutanea, esposizioni climatiche, degradazione della matrice dermica, agenti chimici e ingeriti, anomalie dell’unità pilosebacea e organismi microbici, sebbene l’eziologia della rosacea rimanga incerta.

Poiché indossare una maschera aumenta la temperatura della pelle e aumenta la sudorazione, la pelle soggetta a rosacea può peggiorare.

Oltre a togliere la maschera più spesso possibile, è anche importante assicurarsi di evitare altri irritanti come prodotti con fragranza o alcol.

3.Acne e dermatite seborroica

L’acne è caratterizzata dalla presenza di diverse lesioni che si presentano spesso contemporaneamente:

-punti neri (comedoni aperti), follicoli dilatati e ostruiti da materiale cheratinico e grasso; si presentano di colore scuro all’estremità a causa di una reazione (ossidazione) che si verifica quando il grasso in essi contenuto entra a contatto con l’aria

-punti bianchi (comedoni chiusi), follicoli dilatati e ostruiti da materiale cheratinico e grasso che non si aprono verso l’esterno e restano al di sotto della pelle (sottocutanei); si presentano come piccole protuberanze di colore chiaro, simili ai punti neri ma spesso dalla consistenza più soda

-papule, lesioni della pelle che appaiono come piccoli rilievi solidi, di colore rosato, a volte dolenti al tocco

-pustole, simili alle papule, presentano al centro una punta bianca contenente pus

-noduli, grumi solidi che si formano sotto la superficie della pelle e possono essere dolorosi

-cisti, lesioni profonde, dolorose e piene di pus che possono causare cicatrici

Nonostante l’acne sia una malattia della pelle molto diffusa, i meccanismi che la provocano non sono del tutto chiariti.

Chi ne è soggetto potrebbe avere un’ esacerbazione proprio per l’uso di mascherina, che può intrappolare batteri e sebo che causano l’acne sulla pelle, portando a punti bianchi, punti neri e acne infiammatoria. Si può usare una crema con benzoil perossido, esfolianti a base di acido salicilico, così come altri topici con principi attivi come niacinamide o adapalene per aiutare a trattare e prevenire le eruzioni di acne.

La dermatite seborroica è caratterizzata da una moltiplicazione delle cellule della pelle, associata a un’elevata attività delle ghiandole sebacee. I suoi segni sono inequivocabili: pelle arrossata, squame giallastre e untuose, prurito piuttosto fastidioso.

I fattori che ne favoriscono lo sviluppo sono diversi e comprendono una predisposizione individuale associata ad alterazioni della composizione e della quantità di sebo.

Le zone che si irritano con più facilità sono quelle più ricche di ghiandole sebacee: il cuoio capelluto, il viso, in aree caratteristiche come sopracciglia e i lati del naso, il torace, la zona dei padiglioni auricolari.

Gli studi hanno evidenziato una relazione tra la dermatite seborroica e un microrganismo, la Malassezia furfur, un lievito che vive normalmente sulla cute e che, solo in particolari condizioni diventa aggressivo.

In chi soffre di dermatite questo micete si sviluppa in modo eccessivo, provocando la caratteristica irritazione. Quello che ancora non è chiaro è se sia questo lievito a favorire la dermatite seborroica o se sia questa malattia a creare le condizioni ideali per la sua proliferazione.

 

  • Alcuni suggerimenti per la cura della pelle del viso per chi utilizza dispositivi di protezione facciale:            

1.Utilizzare un detergente delicato e privo di fragranze per mantenere la pelle pulita e rimuovere olio, sporco, batteri e irritanti.

2.Dopo la pulizia, proteggere la barriera cutanea con l’uso quotidiano di una delicata crema idratante per il viso priva di fragranze. In aree ad alta pressione come dietro l’orecchio (spesso sotto pressione degli elastici), è possibile utilizzare qualcosa di più pesante come una crema barriera contenente zinco o vaselina.

3.Evitare il trucco nelle aree coperte dalla maschera, poiché i componenti cosmetici possono agire come un ulteriore irritante e irritare la pelle con la pressione della maschera.

4.Fare attenzione alle creme idratanti che contengono alti livelli di etanolo, in quanto ciò può peggiorare la pelle secca.

In alcuni casi si è osservata inoltre dermatite da contatto, che può essere dovuta a una reazione irritante o allergica alla maschera stessa. I sintomi includono un’eruzione cutanea pruriginosa, insieme a pelle secca o squamosa, vesciche e / o gonfiore e bruciore. Si può provare a cambiare il tipo di maschera e associare un breve ciclo di cortisone topico (l’idrocortisone da banco per esempio) per trattare l’eruzione cutanea, insieme a una crema idratante.

SITOGRAFIA/BIBLIOGRAFIA

https://hartfordhospital.org/

https://www.uhhospitals.org/Healthy-at-UH

“Flare-up of Rosacea due to Face Mask in Healthcare Workers During COVID-19”

Author: Anca E Chiriac, Uwe Wollina, Doina Azoicai

“Demodex folliculorum infestations in common facial dermatoses: acne vulgaris, rosacea, seborrheic

Dermatitis “ Ezgi Aktas¸ Karabay , Aslı Aksu Cerman

https://www.ospedaleniguarda.it/news/leggi/dermatite-seborroica

https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/a/acne

 

Nuovi modelli di vaccini

I vaccini sono probabilmente la più importante tecnologia medica sviluppata fino ad oggi e hanno fornito drastiche riduzioni della morbilità e della mortalità delle malattie dai tempi di Edward Jenner che testò per la prima volta il suo vaccino contro il vaiolo nel 1798.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che le vaccinazioni per difterite, tetano, pertosse e morbillo attualmente prevengano 2-3 milioni di morti all’anno.

Il vaiolo una volta era una delle malattie più temute, fino a quando l’attuazione dei programmi globali di vaccinazione ha permesso di dichiararlo sradicato nel 1979.

Gran parte di questi vaccini progettati razionalmente consistono in una composizione “minimalista” (cioè sono basati su subunità o peptidi), ma mentre questo fornisce sicurezza e minori costi di produzione, essi sono purtroppo meno immunogenici.

 

  1. Vaccini a particelle simili a virus

Le particelle simili a virus (VMP) sono strutture ripetitive altamente ordinate che contengono un’alta densità di capside virale.

Questa alta densità di proteine capsidi fornisce abbondanti quantità di epitopi virali conformazionali, capaci di suscitare forti risposte immunitarie.

I VPP sono formati dall’auto-assemblaggio del capside virale da proteine in assenza di uno qualsiasi degli acidi nucleici infettivi del virus. Pertanto, sono un alternativa ai virus attenuati comunemente utilizzati per la vaccinazione a causa della loro assoluta incapacità di replicarsi.

Inoltre i VPP hanno dimostrato di essere in grado di generare forti risposte immunitarie, anche in assenza di coadiuvante.

Essendo più semplici nella composizione, i VPP consentono anche maggior produzione di vaccino rispetto ai metodi tradizionali, e sono particolarmente utili per il trattamento di agenti patogeni altamente mutanti come l’influenza. La produzione tradizionale di un vaccino per l’ influenza richiede 9 mesi dopo che un nuovo ceppo annuale è stato sequenziato, ma la produzione VLP richiede solo 3-12 settimane.

 Il primo vaccino VLP ad essere portato sul mercato è stato il vaccino per l’epatite B (Recombivax HB), nel 1986, che consiste di particelle auto-assemblate dl proteina capside del virus, che rappresenta l’antigene superficiale dell’epatite B.

In seguito sono arrivati i vaccini VLP per il papillomavirus umano (HPV) (Gardasil) e l’epatite E (Hecolin) rispettivamente nel 2006 e nel 2011.

  1. Vaccini coniugati

I vaccini coniugati utilizzano patogeni vivi attenuati o inattivati i quali contengono una vasta gamma di diversi antigeni, sia polisaccaridi che a base proteica.

Tuttavia, solo un piccolo numero di questi può essere utilizzato per indurre immunità.

Ciò ha portato all’interesse per i vaccini basati sui peptidi.

I vaccini a base di peptidi o polisaccaridi tendono ad essere meno immunogenici rispetto a quando sono presenti sulla superficie di un agente patogeno, quindi richiedono l’inclusione di un coadiuvante quando vengono somministrati.

Un’altra possibilità è coniugare l’antigene a un secondo “aiutante” a base di proteine polisaccaridiche, noto per aumentare l’immunogenicità.

Le due parti sono veicolate all’interno del citoplasma mediante l’uso di sistemi portanti, come i liposomi.

Peptidi e polisaccaridi sono relativamente economici e semplici da produrre sinteticamente, e si elimina anche il rischio di contaminazione con materiale infettivo, come potrebbe accadere con agenti tradizionali attenuati o inattivati. Un esempio ne sono i vaccini coniugati per l’ influenza tipo B (Hib), pneumococco (PCV), meningococco (MenACWY) e la malaria (Mosquirix)

   3. Vaccini a base di DNA ed RNA

Si utilizza un DNA plasmide per codificare l’antigene virale, che può portare a risposte immunitarie sia umorali che cellulari specifiche.

Vaccini a base di DNA sono stati approntati contro una moltitudine di malattie, come l’influenza,

il virus dell’immunodeficienza umana (HIV), il virus della corio-meningite (LCMV).

I vaccini a DNA sono più convenienti di quelli a proteine e di quelli a cellule intere

o con vettori virali, in quanto il DNA può essere sintetizzato su larga scala nei batteri.

Tuttavia, il principale svantaggio dei vaccini a DNA è la loro bassa immunogenicità.

Finora nessun vaccino con DNA è stato concesso in licenza per l’uso negli esseri umani, sono stati invece autorizzati per uso veterinario, contro il west nile (WestNile Innovator DNA) e per la malattia del pancreas del salmone (Clynav)

I limiti dei vaccini a DNA hanno portato i vaccini ad RNA a guadagnare slancio negli ultimi anni.

Come i vaccini a base di DNA, sono a basso costo e possono essere prodotti rapidamente su larga scala.

Tuttavia, la loro l’applicazione è stata precedentemente limitata dall’instabilità.

 A differenza del DNA, l’RNA non richiede l’ingresso nel nucleo della cellula, quindi la barriera principale che i vaccini contro l’RNA devono affrontare è l’ingresso nel citolplasma cellulare.   

Questo può essere attuato con molecole portanti poli-cationiche in grado di condensare e proteggere l’RNA e aiutare il suo rapido assorbimento cellulare.

Finora l’obiettivo principale dello sviluppo di vaccini a base di RNA è stato il cancro.

Per gli agenti patogeni infettivi, sono stati utilizzati due principali tipi di vaccino ad RNA:

a) non autoreplicante e b) auto amplificante

a) I vaccini a RNA non replicante sono i vaccini più semplici e meno costosi da produrre, ma possono essere limitati nella durata e nel livello di espressione che possono raggiungere.

b) I sistemi a RNA auto amplificanti possono essere basati su sequenze e principi presi in prestito da virus a RNA a filamento mono-positivo, come gli alfa virus (Alphavax). Questi vettori codificano i geni e l’immunogeno, ma nessun gene strutturale, quindi si può ottenere un singolo ciclo di replica senza il rischio di produzione di virus infettivi. Diversi studi clinici che utilizzano la vaccinazione a RNA sono stati intrapresi per patogeni come HIV, rabbia e zika.

  1. Vaccini cellulari

A causa del successo raggiunto con la vaccinazione utilizzando virus vivi e virus o batteri inattivati, sono stati fatti molti tentativi per applicare un approccio simile per i vaccini contro il cancro.

Le cellule tumorali attenuate sono state somministrate per indurre una risposta immunitaria contro diversi tipi di tumori.

Sono stati utilizzati due tipi di vaccini a cellule intere: autologo e allogenico.

I vaccini a cellule autologhe sono stati testati su una varietà di tumori, tra cui tumore del polmone, del colon-retto, del melanoma, del tumore renale e della prostata. Tuttavia, i vaccini a cellule autologhe sono limitati solo a determinati tipi e stadi di tumori, in quanto richiedono una quantità sufficiente di materiale ( cellule del tumore ) del paziente.

Al contrario, i vaccini a cellule allogeniche contengono una combinazione di cellule tumorali umane consolidate, pur non essendo specifiche del paziente, non hanno i limiti di produzione di quelli a cellule autologhe.

Molti vaccini a cellule intere sono stati geneticamente modificati per aumentare la stimolazione immunitaria inducendo espressione di citochine, chemiochine e molecole co-stimolanti.  Attualmente è in studio GVAX, un vaccino per il trattamento del tumore al pancreas.

  1. Vaccini a cellule dendritiche

Un altro tipo di vaccinazione cellulare sfrutta le cellule immunitarie del paziente, in particolare le loro cellule dendritiche.  I vaccini a cellule dendritiche possono essere formulati con cellule dendritiche autologhe di un paziente, che vengono trattate contemporaneamente con immuno-adiuvanti, con antigeni associati a tumori o codifica di materiale nucleico per antigeni associati al tumore ex vivo. Il prodotto finale sono le cellule dendritiche cariche di antigene che stimolano il paziente a indurre l’immunità antitumorale.

Alcuni vaccini cellulari dendritici sono stati testati contro tumore alla prostata, melanoma, tumori renali.

SITOGRAFIA/BIBLIOGRAFIA

“Novel approaches for the design, delivery and administration of vaccine technologies”

  1. Wallis ,* D. P. Shenton† and R. C. Carlisle*

Lattoferrina, Naringenina e Quercetina: possibili coadiuvanti naturali anti covid-19

In questi giorni abbiamo sentito più volte parlare di Lattoferrina, Naringenina e Quercetina, quali sostanze naturali ad attività preventiva contro il COVID-19.

Cosa possiamo aspettarci concretamente dall’uso di tali principi naturali e come funzionano?

Una panoramica sulla situazione…

Ricordiamo che attualmente, la terapia COVID-19 è solo di supporto e la prevenzione è l’unico modo per ridurre la trasmissione e limitare la diffusione del virus.

Da un punto di vista farmacologico, è stato finora tentato un trattamento iniziale con antivirali quali lopinavir/ritonavir e con l’antireumatico clorochina o idrossiclorochina. Inoltre, sono stati utilizzati un certo numero di antibiotici, come ceftriaxone con azitromicina o piperacillina/tazobactam e doxiciclina, e poi di nuovo azitromicina da sola.

Dalla metà di marzo 2020, lopinavir/ritonavir è stato sostituito con remdesivir e tocilizumab, e subito dopo, l’eparina è stata suggerita come un potenziale trattamento.

È stato poi proposto che i glucocorticoidi potessero essere utili nelle prime fasi della malattia; questi erano stati utilizzati anche in Cina, ma attualmente c’è qualche disaccordo per quanto riguarda la loro efficacia.

Attualmente, l’uso di plasma con anticorpi ottenuti da pazienti che hanno avuto COVID-19 sembra avere una buona logica.

Si è scoperto che il SARS-CoV-2 può infettare le cellule umane mediante l’ingresso tramite il recettore di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2) e serina proteasi transmembrana 2.

Analogamente a MERS-CoV e SARS-CoV-1, l’infezione da SARS-CoV-2 viene trasmessa principalmente da goccioline respiratorie espulse da una persona infetta durante starnuti o tosse. In seguito, la glicoproteina superficiale (proteina S) si lega a ACE2 sulla superficie cellulare dell’ospite.

Le sostanze che possono competere con il recettore ACE2 o riducono l’espressione ACE2 possono perciò presentare una terapia alternativa o adiuvante nel COVID-19.

L’espressione dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2 è una delle principali spiegazioni per l’infezione delle vie aeree più elevate, in quanto si trova nel tratto respiratorio come le cellule epiteliali degli alveoli, della trachea e dei bronchi, alcune ghiandole bronchiali e macrofagi alveolari.

Inoltre ACE2 è espresso anche in altri organi tra cui rene, tessuto adiposo, cuore, cervello, vasi sanguigni, stomaco, fegato, e mucose orali e nasali, che potrebbero essere coinvolti nel profilo infiammatorio sistemico in COVID-19.

 Al momento del suo ingresso, il virus induce l’ospite ad aumentare la produzione e il rilascio di citochine infiammatorie, che possono portare a una maggiore attivazione immunitaria e danni ai tessuti. Ipoteticamente, la riduzione dell’infiammazione potrebbe aiutare i pazienti affetti da COVID-19.

Diversi composti sono stati associati a proprietà antivirali e antinfiammatorie e potrebbero avere un impatto sullo sviluppo di COVID-19 come la vitamina D, la vitamina E, la vitamina B12, gli omega-3 e i flavonoidi.

NARINGENINA

La Naringenina (NAR) è un importante flavonoide naturale presente negli agrumi, come il pompelmo (43,5 mg/100 mL) e le arance (2,13 mg/100 mL) (19), con un effetto analgesico, antiossidante, antinfiammatorio, antitumorale e antivirale.

Il consumo di 8 mL/kg di succo d’arancia aumenta i livelli di plasma NAR da 0 a 300 g/L 4 h dopo l’ingestione.

Quali sono gli effetti della Naringenina (NAR)?

  • NAR può agire su neutrofili, cellule T, cellule NK, macrofagi, e ridurre l’espressione di proteine e recettori.
  • NAR riduce l’ingresso virale, l’assemblaggio e la replicazione tramite modulazione di molecole superficiali, produzione di componenti antivirali, molecole infiammatorie e/o interazione diretta con componenti virali.
  • NAR può influenzare lo sviluppo e la gravità di molte malattie, in diversi organi, come il cancro, l’epatite, la colite e la sindrome respiratoria acuta grave ed è stato studiato il suo effetto in molti virus, come la dengue, l’epatite C, il zika, la chikungunya, l’herpes simplex 1 e 2, la febbre gialla e il virus dell’immunodeficienza umana.

Come per altri composti naturali, NAR è stato ampiamente studiato in vitro, ma ci sono risultati molto limitati in modelli in vivo di infezione virale.

E’ stato evidenziato che la tempesta di citochine sviluppata da gravi pazienti COVID-19 è correlata ad un’esacerbazione dell’attivazione dei neutrofili il cui ruolo è centrale nel COVID-19, poiché il rapporto neutrofilo-linfocito nei pazienti COVID-19 è associato alla gravità della malattia.

L’assunzione di NAR può ridurre l’infiltrazione di neutrofili e lo stress ossidativo, riducendo notevolmente l’infiammazione delle vie aeree e le lesioni polmonari. 

Nei modelli sperimentali animali, NAR è stato in grado di modulare diverse sindromi di infiammazione e in diversi siti, come la colite, l’epatite, l’obesità, il cancro e la sindrome respiratoria acuta.

Questo è particolarmente importante in COVID-19, perché l’infezione SARS-CoV-2 induce un’infiammazione sistemica e può infettare molti organi diversi tra cui polmoni, cuore, fegato, cervello, reni e intestino.

La Naringenina può anche agire attraverso l’attivazione dell’interferone e contribuire al controllo del carico virale.

Nel complesso, questi studi hanno dimostrato, in vivo e in vitro, che NAR è un forte candidato come adiuvante nella riduzione delle vie aeree e dell’infiammazione sistemica.

Con il consumo di 500 mL al giorno per 8 settimane di succo d’arancia, ricco di NAR, è stato evidenziato un effetto adiuvante nella terapia antivirale.

Il consumo di 340 mL di succo di pompelmo al giorno (contenente circa 210 mg di NAR) ha anche migliorato i valori cardiaci nelle donne post-menopausa.

Anche se il NAR è uno dei più importanti flavonoidi naturali, c’è una mancanza di studi clinici e dati sugli aspetti farmacologici, il destino metabolico e la stabilità chimica che possono limitare l’uso di questo composto bioattivo negli esseri umani.

Una problematica di NAR è la somministrazione orale, che potrebbe essere una barriera nei pazienti gravi COVID-19. Pertanto, NAR può essere meglio applicato come un intervento profilattico o all’insorgenza precoce di infezione SARS-CoV-2.

Inoltre, le interazioni NAR con il sistema citocromo P450 (CYP) devono essere valutate, poiché il NAR può influenzare gli enzimi metabolizzanti dei farmaci e la farmacocinetica di farmaci importanti che possono essere di uso regolare o specifici nei pazienti con COVID-19

 

LATTOFERRINA

La Lattoferrina (Lf) è una glicoproteina che fa parte del sistema immunitario di difesa innata dei mammiferi, è presente nel latte e in altre secrezioni mucose.

Questa proteina della famiglia delle transferrine ha ampie proprietà antimicrobiche privando gli agenti patogeni del ferro, o interrompendo le loro membrane plasmatiche attraverso la sua carica altamente cationica.

Lf presenta anche attività immunomodulatoria eseguendo la regolazione delle cellule immunitarie innate e adattative, contribuendo all’omeostasi nelle superfici mucosali esposte a una miriade di agenti microbici, come i tratti gastrointestinali e respiratori.

Anche se il processo infiammatorio è essenziale per il controllo di agenti infettivi invasivi, lo sviluppo di un’infiammazione esacerbata o cronica provoca danni ai tessuti con conseguenze potenzialmente letali.

È inoltre interessante notare che la trasmissione madre-feto di SARS-CoV-2 non è stata rilevata nella maggior parte dei casi di gravidanza con COVID-19. Questa relativa assenza di trasmissione verticale può essere correlata alla presenza di lattoferrina nella placenta, nel liquido amniotico e nelle secrezioni lattali.

Tuttavia, la cascata di reazioni indotta dalle citochine durante COVID-19 può causare gravi danni infiammatori al feto e, se non controllata, può successivamente provocare disturbi di tipo autistico e anomalie dello sviluppo cerebrale nei neonati.

Considerando questa grave minaccia per la salute della crescita e dello sviluppo dei bambini, la prevenzione del COVID-19 durante la gravidanza dovrebbe essere considerata una priorità assoluta.


QUERCETINA

La Quercetina, è classificata come flavonolo, ed è il principale flavonoide polifenolico trovato in varie verdure e frutta, come bacche, capperi, coriandolo, aneto, mele e cipolle.

È di colore giallo e completamente solubile nei lipidi e nell’alcol, insolubile in acqua fredda e poco solubile in acqua calda.

La quercetina è una delle molecole vegetali più importanti, ha infatti dimostrato attività farmacologiche antivirali, anti-atopiche, pro-metaboliche e antinfiammatorie.

Alcuni studi hanno evidenziato anche una sua efficacia come agente di prevenzione del cancro.

Nel corso del 2020 è stata dimostrata una capacità teorica, ma significativa, della quercetina, di interferire con la replicazione SARS-CoV-2.

L’obiettivo degli ultimi studi è quello di trovare molecole che interferiscano con l’interfaccia del recettore virale S protein – ACE2.  A questo scopo è stato utilizzato negli esperimenti di laboratorio, un modello di docking computazionale per identificare piccole molecole in grado di legarsi alla proteina S virale isolata nella regione di legame del recettore ospite o all’interfaccia del recettore ACE2 proteina-umana, per limitare potenzialmente il riconoscimento virale delle cellule ospite e/o per interrompere le interazioni ospite-virus.

Tra i composti naturali testati, la quercetina è stata identificata tra i principali per l’interfaccia del recettore S protein – ACE2, confermando ulteriormente il suo ruolo di agente antivirale promettente che dovrebbe essere ulteriormente studiato.

È stato inoltre condotto uno studio in vitro per analizzare la possibilità di attacco molecolare tra quercetina e proteasi virale.

Uno studio eseguito un decennio fa, ha coinvolto 1.002 soggetti adulti affetti da infezioni virali del tratto respiratorio superiore; in quella circostanza è stato rilevato che la quercetina somministrata a dosaggi molto elevati (1.000 mg/dose) per 12 settimane ha ridotto i giorni di malattia in soggetti di mezza età e anziani.

Più recentemente, uno studio empirico condotto presso un ospedale di Wuhan ha mostrato che un approccio in cui, oltre alle terapie convenzionali, i pazienti sono stati trattati con rimedi tradizionali della medicina cinese ( comprese erbe con un alto contenuto di quercetina ) medicalmente sicuro, è stato in grado di migliorare i sintomi dei pazienti con COVID -19

BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA

“Prospettiva: I potenziali effetti di Naringenin in COVID-19” Ricardo Wesley Alberca, Franciane Mouradian Emidio Teixeira, Danielle Rosa Beserra, Emily Araujo de Oliveira, Milena Mary de Souza Andrade, Anna Julia Pietrobon, e Maria Notomi Sato

“COVID-19 durante la gravidanza e post-partum:” Patobiologia della Sindrome Respiratoria Acuta Grave Coronavirus-2 (SARS-CoV-2)“ Sreus A. G. Naidu, MS, PharmDORCID Icon,Roger A. Clemens, DrPH, FIFT, CFS, FASN, FACN, CNS, FIAFSTORCID Icon,Peter Pressman, MD, MS, FACNORCID Icon,Mehreen ,aigham, BSc, MD, PhDORCID Icon,Kamran Kadkhoda, PhD, SM(ASCP), D(ABMM), D(ABMLI)ORCID Icon,Kelvin J. A. Davies, PhD, DSc, MAE, FRSC, FRCP, FLS, FRIORCID Icon &A. Satyanarayan Naidu, PhD, FACN, FLS, FISSVD

“Lactoferrin: Bilanciamento di alti e bassi dell’infiammazione a causa di infezioni microbiche” Maria Elisa Drago-Serrano, Rafael Campos-Rodriguez, Julio César Carrero, e Mireya de la Garza Paula Andrade, editore accademico e Patricia Valentào, redattore accademico

“Un ruolo per la quercetina nella malattia coronavirus 2019 (COVID-19)” Giuseppe Derosa Pamela Maffioli Angela D’Angelo Francesco Di Pierro

Come difendersi dall’influenza stagionale 2020 – 2021

Molti clienti in questi giorni vengono in farmacia per chiedere informazioni sulla disponibilità del

vaccino antinfluenzale, soprattutto quest’anno in cui al ceppo stagionale ‘20-‘21 si sovrappone la

presenza del Covid 19.

Purtroppo la risposta che dobbiamo dare è un po’ scoraggiante: per il Covid 19, come tutti sanno,

ancora non c’è un vaccino, mentre l’antinfluenzale ’20-’21 è disponibile, al

momento, in quantità limitate e solo per i medici di famiglia che provvederanno a selezionare i

pazienti maggiormente bisognosi per fasce d’età e/o patologie pre-esistenti. Per tutti gli altri pazienti

allo stato attuale, non ci sono confezioni di vaccini disponibili, i depositi risultano sprovvisti.

Cosa fare dunque?

Nell’attesa che la situazione si sblocchi è consigliabile prendere in considerazione le diverse opzioni

disponibili per aumentare le difese immunitarie

 

Vediamo cosa abbiamo a disposizione e alcuni esempi:

 

  • FARMACI IMMUNOSTIMOLANTI

I più prescritti sono in genere lisati batterici liofilizzati di Haemophilus influenzae,

Streptococcus(Diplococcus) pneumoniae, Klebsiella pneumonia essp. pneumoniae essp.ozaenae,

Staphylococcus aureus, Streptococcus pyogenes e sanguinis (viridans), Moraxella

(Branhamella/)catarrhalis.

Possono contribuire a ridurre il numero e l’intensità degli episodi infettivi, stimolando le

difese naturali dell’organismo e la resistenza alle infezioni delle vie respiratorie.

Si assumono per 10 giorni consecutivi al mese, per la durata di 3 mesi

Un altro farmaco immunostimolante è a base di pidotimod, in grado di incrementare in modo

significativo la risposta fisiologica del sistema immunitario a un agente infettivo attraverso lo stimolo

alla maturazione delle cellule dendritiche (  sono cellule specializzate nella cattura di antigeni).

Inoltre il pidotimod determina un potenziamento a lungo termine dell’attività del sistema

immunitario, incrementando l’espressione di molteplici geni coinvolti

nell’infiammazione e nella chemiotassi ( la chemiotassi è un meccanismo mediante il quale alcune

cellule si muovono in risposta a uno stimolo chimico )

Entrambi, sia i lisati batterici che il pidotimod, richiedono la prescrizione medica.

 

  • PRODOTTI FITOTERAPICI E NATURALI

Piante dall’azione immunostimolante sono ad esempio, l’Echinacea, l’Uncaria, l’Astragalo

inoltre sostanze naturali derivate dalle api come la Propoli e la pappa reale. Sono disponibili in varie

forme (compresse, bustine, flaconcini, tinture madri) e anche in associazione tra loro.

A questi si sommano la vitamina A, C, D, E e lo Zinco, presenti in molti integratori invernali.

I fermenti lattici oltre ad agire, direttamente o meno, sui mediatori della risposta immunitaria

dell’ospite, favoriscono il benessere dell’organismo anche attraverso la competizione con i patogeni

per la colonizzazione del tratto intestinale.

Di origine animale, il colostro, è un fluido prodotto dalla ghiandola mammaria nei primissimi giorni

dopo il parto, la sua azione immunostimolante deriva dall’elevato contenuto di immunoglobuline

(IgA, IgG, IgM, IgE), enzimi (lisozima), peptidi antimicrobici (lattoferrina), citochine e fattori di

crescita, questi ultimi importanti per la maturazione e lo sviluppo dell’immunità passiva nei neonati.

 

 

  • PRODOTTI OMEOPATICI

I prodotti più utilizzati sono a base di Anas barbariae, un liofilizzato da assumere per via orale, per la

 prevenzione delle patologie invernali in quantità di un tubo-dose a settimana, oppure Influenzinum

 che contiene ceppi virali e batterici, tipici della stagione invernale (Influenzinum, Staphylococcinum,

 Streptococcinum, Klebsiella Pneumoniae, Aviaire) tutti alla diluizione 9CH, e che può essere

utilizzato anch’esso sia a scopo preventivo che nello stato acuto influenzale.

 

Nessuno di questi prodotti può garantire però una copertura del 100% verso le patologie invernali

(virali o batteriche esse siano) ma sono utili a mantenere l’organismo nelle migliori

condizioni possibili. E’ infatti accertato che un corpo sano e con le difese immunitarie al top reagirà

meglio agli attacchi dei patogeni!

Oltre a queste sostanze, farmaci o integratori naturali, ricordiamoci di utilizzare i dispositivi di

protezione individuale dove la situazione lo richieda, lavarsi spesso le mani e/o utilizzare gel a base

di alcol o amuchina. 

E non dimentichiamo che anche una corretta alimentazione e un’attività fisica di tipo sportivo

contribuiscono  ad aumentare le difese immunitarie.

Adesso è il momento giusto per iniziare le cure e mettere in pratica questi suggerimenti, quindi

fatevi consigliare dal vostro medico o dal vostro farmacista di fiducia!

Per approfondire :

https://pennaecaduceo.it/difese-immunitarie-e-patologie-invernali/