La pelle e il suo microbioma dopo l’esposizione ai raggi UV: conseguenze positive o negative?

La pelle umana oltre a funzionare come una barriera fisica per fermare l’ingresso di agenti patogeni, ospita anche innumerevoli organismi commensali.

Le cellule della pelle e il sistema immunitario interagiscono costantemente con i microbi, per mantenere l’omeostasi cutanea, nonostante le sfide offerte da vari fattori ambientali.

Un importante fattore ambientale che colpisce la pelle è la radiazione ultravioletta (UV-R) della luce solare. L’UV-R è ben noto per modulare il sistema immunitario, e può avere azione sia benefica che deleteria. Puntando le cellule e le molecole all’interno della pelle, i raggi UV-R possono innescare la produzione e il rilascio di peptidi antimicrobici, influenzare il sistema immunitario innato e infine sopprimere la risposta immunitaria cellulare adattativa.

La pelle umana è il più grande organo del corpo con un ecosistema fisico, chimico e biologico diversificato su una superficie di circa 1.8 m2. L’epitelio, cioè la superficie, si impegna in una relazione mutualistica con una vasta gamma di microrganismi, inclusi batteri, funghi, virus, tutti residenti sulla pelle o all’interno della pelle.

La diversità del microbioma cutaneo è dovuta ai diversi ambienti presenti sulla pelle, derivanti da una natura fisica variabile della stessa: umidità, temperatura, pH, contenuto di lipidi e sebo, nonché dall’espressione di peptidi antimicrobici (AMP)

Considerando la capacità di un robusto sistema immunitario cutaneo di rilevare ed eliminare rapidamente invasori provenienti dall’ esterno, è interessante il fatto che un numero notevole di microrganismi risiedano altresì sulla superficie della pelle e si estendano anche a compartimenti sub-epidermici, appendici associate, come capelli e ghiandole.

La colonizzazione varia topograficamente; per esempio, Proteobacteria e Staphylococcus spp. sono abbondantemente presenti sulla superficie della pelle e sono profondamente intrecciati tra loro e altri microrganismi.

Studi recenti indicano che specifiche comunità batteriche sono associate a microambienti umidi, secchi o sebacei della pelle.

Aree umide come l’ombelico, la volta ascellare, la piega inguinale, la piega glutea, il piede, la fossa poplitea e la fossa antecubitale hanno un’abbondanza di Staphylococcus e Corynebacterium spp. e questi organismi sono ben noti per preferire siti di pelle con alta umidità.

Le aree secche come glutei, avambracci e certe altre parti della mano presentano la raccolta più intrecciata di Actinobacteria, Proteobacteria, Firmicutes e Bacteriodetes.

Il microbioma cutaneo non si limita solo ai batteri, ma si estende anche alle specie fungine, che hanno un ruolo importante sia nella salute che nelle malattie.

I metodi genomici per caratterizzare le specie fungine sono molto limitati rispetto a quelli disponibili per i batteri. E’ stato osservato che il genere Malassezia predomina nei siti centrali del corpo e delle braccia (schiena, occipite, canale uditivo esterno, piega inguinale, piega retro auricolare, …)

Il tallone plantare ha dimostrato la più alta diversità di specie fungine, con una rappresentazione mista di Malassezia, Aspergillus, Cryptococcus, Rhodotorula, Epicocum e pochi altri. Questo può essere importante in quanto si ritiene che queste specie siano potenziali agenti patogeni in pazienti immunocompromessi.

Il microbiota virale della pelle è invece uno dei sottoinsiemi più raramente studiati del microbioma umano, poiché i virus correlati alla pelle non possono essere coltivati e non esprimono sequenze da rilevare con metodi molecolari.

Negli ultimi anni, ci sono state prove crescenti che suggeriscono che la pelle sana porti virus residenti o di breve durata, come alfa umano, beta e papillomavirus gamma (α-HPV, β-HPV e γ-HPV) presenti sopra e all’interno degli strati superiori della pelle umana.

Acari si trovano solitamente sulla pelle del viso, intorno alle ghiandole pilo sebacee e ai follicoli piliferi e si pensa che facciano parte del microbiota cutaneo commensale, poiché hanno tassi di prevalenza tra il 23% e il 100% in individui sani. Inoltre, gli acari Demodex sono anche associati a condizioni cutanee di aspetto simile alla rosacea.

Tra i fattori ambientali che colpiscono il microbioma residente sulla pelle, UV-R è uno dei più importanti. L’ esposizione a UV-R può alterare / danneggiare la comunità microbica, causando l’interruzione dei componenti microbici e / o la formazione di antigeni batterici, alcuni dei quali possono diventare immunogeni.

Gli Uv-R, specialmente UV-B (280–315nm) e UV-A(315–400nm) sono noti per essere coinvolti in lentiggini cutanei, rughe, fotoallergie e reazioni fototossiche e induzione e progressione di tumori.

Uno degli aspetti ampiamente noti dell’UV-R sulla pelle è la capacità di indurre foto-prodotti come i dimeri di pirimidine e mutazioni genetiche che sono collegati alla carcinogenesi. La soppressione immunitaria è indotta anche dall’UV-R ed è considerata un altro dei suoi impatti nocivi. E’ stato anche scoperto in seguito che l’esposizione ai raggi UV-R e la soppressione immunitaria erano collegate alla carcinogenesi indotta dai raggi UV.
Da allora, le proprietà immunomodulanti dell’UVR sono state confermate impiegando modelli di ipersensibilità a contatto (CHS) nei topi così come nell’uomo.

Le reazioni fotochimiche più studiate innescate dall’UV-R sono il danno al DNA e la formazione di reattivi come il fattore di attivazione delle piastrine (PAF) nella pelle.

Vengono attivati anche citochine, come il fattore di necrosi tumorale (TNF)-z, interleuchina (IL)-4, IL-10, IL-33 e prostaglandine E2.
Il fattore immunosoppressivo PAF, causa una cascata di eventi a valle che portano alla fine al rilascio di IL-10, e infine la soppressione immunitaria. Poiché l’UV-R sopprime il sistema immunitario, ed è stato confermato anche in precedenti ricerche, si può ipotizzare che l’esposizione all’UVR possa peggiorare le malattie infettive.



È noto da molto tempo infatti che l’esposizione ai raggi UV ad esempio può innescare e/o esacerbare le manifestazioni del virus simplex dell’herpes (HSV). Sulle labbra dei pazienti che ospitano le infezioni latenti di HSV-1(tipo1) è stata osservata un’induzione dipendente dalla dose UV. Questo è stato evidenziato anche in casi di HSV-2 (tipo2).

Alcuni batteri e funghi mostrano una tolleranza selettiva ai raggi UV-R per parte dei loro cicli vitali e sono spesso vulnerabili agli effetti dei raggi UV durante la sporulazione, la diffusione e altri processi come l’infezione.

Uno dei principali effetti di UV-R sui microbi è un danno al DNA, che può provocare un aumento della variabilità o alterare il paesaggio delle comunità microbiche, interrompendo in tal modo il metabolismo biotico.

Tuttavia, non tutti i microbi sono suscettibili agli effetti dannosi della UVR. Ad esempio, molti funghi mostrano effetti foto-morfogeni dopo esposizione a UV-R.
Si ritiene che la pityriacitrina, un composto filtro UV prodotto da Malassezia furfur in seguito a esposizione solare, sia un filtro protettivo. Si ipotizza infatti che i funghi abbiano sviluppato questo filtro UV per ridurre la sensibilità e sopravvivere in competizione con altri commensali.

Tuttavia, i meccanismi completi mediante i quali l’UV-R innesca le manifestazioni cliniche dell’HSV non sono stati compresi, ma è possibile che il sistema dell’UV contribuisca. Inoltre, vi sono alcune prove del fatto che l’esposizione ai raggi UV può essere un trigger di riattivazione dell’infezione latente del virus Varicella-zoster, con conseguente herpes zoster.

Al contrario, il trattamento con luce blu e la fototerapia UV convenzionale possono agire in modo benefico nell’acne vulgaris alterando il microbioma cutaneo e riducendo la densità di Propionibacterium acnes.
Infatti, l’UV-R è noto per essere battericida e può rompere lipopolisaccaridi (LPS), acidi lipotossici (LTA) e altri metaboliti batterici che hanno proprietà immunomodulatorie.
Per eseguire queste funzioni, la pelle è dotata di cellule immunitarie specializzate del sistema immunitario innato e adattativo. Un danno acuto alla pelle porterà alla produzione di alcuni ligandi, che possono attivare i cheratinociti e alla fine determinare il rilascio di mediatori infiammatori.

Pertanto, il microbioma cutaneo è probabilmente il driver principale e l’amplificatore di varie patologie cutanee.
Esso svolge un ruolo importante nello sviluppo e nel mantenimento dell’omeostasi e della regolazione del sistema immunitario ospite. Con l’aumento dell’incidenza di condizioni cutanee indotte da UV, l’importanza del sistema immunitario della pelle nel mantenere la tolleranza verso il microbioma residente può essere cruciale. Poiché il microbioma cutaneo può interagire e co-controllare sia il sistema immunitario innato che quello adattativo, sarà di grande importanza in futuro capire la sua relazione con il sistema immunitario ospite.

Disclaimer: in quest’articolo sono presenti banner di affiliazione a scopo commerciale.

BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA

“The Skin Microbiome: Is It Affected by UV-induced Immune Suppression?”
VijayKumar Patra, Scott N. Byrne and Peter Wolf

 

Summer I hate You. Non sempre l’estate è la stagione più allegra e rilassante.

Non sempre l’estate è la stagione più allegra e rilassante.

Il nostro sistema nervoso è infatti molto sensibile all’aumento di temperatura, al tasso di umidità e alle ore di esposizione alla luce.

Questi tre fattori agiscono soprattutto negli individui con un equilibrio fragile dal punto di vista psicologico-relazionale. Come tutti i fattori di stress, quindi, l’insofferenza al caldo estivo può manifestarsi anche con comportamenti ostili e aumento dell’aggressività.

Le alte temperature e l’umidità agiscono sui sistemi neuroendocrini.
Da una parte, il caldo stimola l’attività del glutammato, neurotrasmettitore che esercita una potente azione eccitante sui circuiti cerebrali, dall’altra viene ridotta quella del Gaba, il mediatore chimico che ci rende tranquilli e rilassati.
Esiste anche un altro fenomeno legato alla stagione calda, detto SAD ( disturbo affettivo stagionale )

Il disturbo affettivo stagionale inverso, noto anche come SAD estivo, è una condizione rara che colpisce le persone quando il clima è caldo.

Triste quando c’è il sole?

Può sembrare un ossimoro, ma per un piccolo gruppo di persone, il disturbo affettivo stagionale (SAD) non colpisce durante i giorni bui dell’inverno ma durante le giornate calde dell’estate.

In effetti, il disturbo stagionale affettivo inverso interessa meno dell’uno per cento della popolazione, ed è solo circa un decimo dei casi SAD complessivi, secondo l’Alleanza nazionale sulle malattie mentali (NAMI). Ma per le persone con depressione estiva, i sintomi sono molto reali.

Cos’è la depressione estiva?

Come il disordine affettivo stagionale ad esordio invernale, il disturbo affettivo stagionale inverso ritorna ogni anno all’incirca nello stesso momento (e scompare nei tempi previsti).
Mentre il SAD invernale è collegato a una mancanza di luce solare, non è chiaro se il SAD estivo sia correlato a troppa luminosità. Alcune ricerche suggeriscono che le alte temperature potrebbero avere un ruolo.
Ma secondo l’ ipotesi di alcuni specialisti, il disturbo affettivo stagionale inverso sarebbe solo in realtà una forma di disturbo bipolare.

Che aspetto ha l’estate SAD

Molti sintomi di disturbo affettivo stagionale inverso sono simili a quelli del disturbo affettivo stagionale, salvo per la stagione in cui appaiono. Questi sintomi includono:

  • Ansia
  • Insonnia
  • Irritabilità
  • Agitazione
  • Aumento del desiderio sessuale

Come l’inverno SAD, l’estate SAD include anche i sintomi della depressione: forti sentimenti di colpa e sentimenti di disperazione.
Le persone con questo tipo di depressione stagionale potrebbero anche accusare sintomi fisici come mal di testa.

Summer SAD vs. Winter SAD: qual è la differenza?

Ci sono alcune differenze, tuttavia. Le persone con SAD inverso o estivo possono perdere peso, mentre le persone con SAD invernale in genere aumentano di peso.
Inoltre, le persone con disturbo affettivo stagionale inverso tendono ad avere molta energia – mentre quelle con disordine relativo all’inverno mancano di energia.

Summer SAD: i trattamenti

Trattamenti leggeri, che possono essere molto efficaci per le persone con disturbo affettivo stagionale invernale, non aiutano il SAD estivo. In genere, i casi confermati di disturbo affettivo stagionale inverso sono trattati infatti con antidepressivi.

 

Disclaimer: in quest’articolo sono presenti banner di affiliazione a scopo commerciale.



BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA

Paola Vinciguerra, psicoterapeuta presidente Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico
Beth W. Orenstein Revisionato da Pat F. Bass III, MD, MPH

 

Cannabis&cannabinoidi: amici per la pelle…

I cannabinoidi si possono distinguere in due gruppi, i fitocannabinoidi e i cannabinoidi endogeni.

I fitocannabinoidi sono una classe di composti farmacologicamente attivi, strutturalmente e biologicamente simili al composto psicoattivo primario derivato dalla Cannabis sativa, il tetraidrocannabinolo (THC).I cannabinoidi endogeni invece (endocannabinoidi) si trovano naturalmente, sono infatti prodotti nei corpi degli esseri umani e degli animali.

I membri più noti di questa classe includono 2-arachidonoylglycerol (2-AG) e anandamide (AEA). Insieme, gli endocannabinoidi, le proteine che regolano la loro produzione e degradazione e i recettori cannabinoidi comprendono il sistema endocannabinoide (ECS).

A livello del sistema nervoso centrale, gli endocannabinoidi sono metabolizzati nei recettori CB1 e a livello del sistema nervoso periferico sono invece metabolizzati nei recettori CB2.

Circa il 10% degli utenti adulti di cannabis negli Stati Uniti la utilizza per scopi medici. Esiste una crescente letteratura che descrive le potenziali applicazioni dei cannabinoidi nel trattamento di una vasta gamma di malattie e condizioni patologiche.

Esistono numerosi studi che descrivono l’uso dei cannabinoidi per il trattamento del dolore cronico, spasticità, anoressia, nausea, insonnia, asma, epilessia non-trattabile, disturbi dell’umore e dell’ansia, disturbi del movimento, dolore neuropatico, sclerosi multipla, lesione del midollo spinale, cancro, aterosclerosi, infarto miocardico, ictus, ipertensione, glaucoma, obesità e sindrome metabolica, diabete mellito e osteoporosi.

Recentemente, la letteratura ha iniziato a descrivere il promettente ruolo dei cannabinoidi nel trattamento delle condizioni dermatologiche, tra cui il cancro della pelle, le malattie infiammatorie della pelle, l’acne e il prurito.

È importante notare che, sebbene le potenziali applicazioni della terapia con cannabinoidi nel campo della dermatologia siano eccitanti, l’uso dei cannabinoidi non è privo di rischi.

L’interpretazione dei potenziali usi clinici dei cannabinoidi nel trattamento delle condizioni dermatologiche è complessa.

I cannabinoidi si legano a più recettori cannabinoidi con affinità diverse. La specificità di questi composti potrebbe non essere interamente limitata ai recettori cannabinoidi. È possibile che, a dosi variabili, si leghino e funzionino attraverso altri recettori o in modo indipendente dal recettore. Pertanto, i loro risultati biologici non possono essere previsti in modo affidabile in questo momento.

Gran parte dei dati a nostra disposizione in questo momento è pre-clinica, e vi è una corrispondente mancanza di studi ampi, randomizzati e controllati in questo dominio.

Per quanto riguarda l’utilizzo in dermatologia, numerosi studi hanno evidenziato che diversi fitocannabinoidi hanno la capacità di alterare la vitalità dei sebociti a basse dosi e indurre l’apoptosi. Tutti i fitocannabinoidi studiati hanno inoltre dimostrato azioni anti-infiammatorie.

Sono stati valutati gli effetti di una crema all’estratto di cannabis al 3% a livello di sebo ed eritema in 11 pazienti con acne in un singolo studio in cieco e comparativo.

E’ stato scoperto che l’uso della crema di estratti di cannabis sulla guancia destra due volte al giorno per 12 settimane ha prodotto una significativa riduzione del livello di sebo rispetto a una crema di controllo che è stata applicata allo stesso modo sulla guancia sinistra.

E’ stato anche scoperto che l’uso della crema di estratti di cannabis ha prodotto una significativa diminuzione dell’eritema.
Ciò permetterebbe un uso ridotto di steroidi topici e una riduzione della perdita di sonno correlata al prurito in soggetti affetti da eritemi o eczemi.

Dronabinol, un analogo sintetico di THC che è già approvato dalla FDA per indicazioni limitate (trattamento dell’anoressia associato a perdita di peso e nausea e vomito associati alla chemioterapia antitumorale), ha mostrato un certo successo nel trattamento del prurito colestatico osservato in alcuni casi.

I cannabinoidi si sono dimostrati promettenti anche nel trattamento della psoriasi con diversi meccanismi, anche se ciò richiede ulteriori indagini.

Sia il melanoma che le cellule tumorali – non melanoma, esprimono i recettori cannabinoidi CB1 e CB2.

Questi recettori possono anche essere trovati su cellule tumorali benigne della pelle, compresi quelli di papillomi.

Esperimenti su linee cellulari di melanoma hanno dimostrato che i cannabinoidi riducono significativamente il numero di cellule tumorali vitali in vitro inducendone l’apoptosi.

Agonisti del recettore CB2 sembrano ridurre l’espressione del fattore di crescita endoteliale (VEGF) e altri fattori pro-angiogenici, inibire la progressione del melanoma e inibire la diffusione metastatica.

Altri studi hanno confermato che il trattamento delle cellule di melanoma con THC porta all’attivazione dell’autofagia, alla perdita di vitalità cellulare e all’induzione dell’apoptosi.

Gli autori hanno scoperto che un composto simile a Sativex, costituito da un rapporto 1: 1 di THC e cannabidiolo, ha la capacità di inibire la vitalità del melanoma, la proliferazione e la crescita tumorale, oltre ad aumentare l’autofagia e l’apoptosi rispetto al trattamento standard con un singolo agente (temozolomide). Gli autori affermano che l’uso di Sativex è molto promettente come agente citotossico nel trattamento del melanoma metastatico e dovrebbe essere ulteriormente valutato in studi clinici.

I prodotti a base di cannabinoidi possono però anche essere associati a varie reazioni avverse.

Sia la cannabis che i cannabinoidi possono causare la sindrome da iperemesi dei cannabinoidi, una costellazione di effetti collaterali tra cui dolore addominale, nausea e vomito, con un caratteristico sollievo dei sintomi durante il bagno o la doccia caldi.

L’uso sintetico di cannabinoidi è stato associato ad ansia, confusione, agitazione, disregolazione dell’umore, paranoia, psicosi (sia a breve che a lungo termine), disturbi percettivi, ideazione suicidaria, disturbi della memoria, tremori, convulsioni, nausea, vomito, diaforesi, xerostomia, midriasi, tachicardia, ipertensione, dolore toracico, infarto miocardico acuto, rabdomiolisi, danno renale acuto, depressione respiratoria, tachifilassi e morte.

L’esposizione ai cannabinoidi può provocare sensibilizzazione e / o allergia ai cannabinoidi, le cui manifestazioni vanno da sintomi lievi a reazioni potenzialmente letali.

La sensibilizzazione ai cannabinoidi può successivamente portare ad una cross-reattività con tabacco, lattice e bevande alcoliche derivate da piante e alimenti.

Ci sono state anche diverse descrizioni di casi di arterite da cannabis, una grave malattia vascolare periferica che spesso porta alla perdita degli arti, tra i giovani adulti che consumano cannabis.

Pochi studi preclinici hanno anche suggerito che, mentre i cannabinoidi hanno il potenziale per esercitare effetti anti-neoplastici, possono anche svolgere un ruolo nelle prime fasi della trasformazione maligna.

Queste osservazioni servono a rafforzare la grande necessità di un’indagine attenta e completa al fine di incanalare gli effetti mediati dai cannabinoidi in una direzione specifica e come trattamento mirato delle malattie dermatologiche.

Alcuni composti selezionati basati sul THC hanno già ricevuto l’approvazione della FDA per indicazioni limitate. Marinol, Cesamet e Sativex sono approvati per il trattamento dell’anoressia e della perdita di peso in pazienti con cancro (tramite stimolazione dell’appetito), nausea indotta da chemioterapia o radioterapia vomito, sollievo dal dolore, miglioramento dell’umore e insonnia.

Sfortunatamente, ci sono diverse difficoltà, prevedibili, che i ricercatori potrebbero incontrare nel pianificare future indagini.

Regolamentazioni rigide, mancanza di finanziamenti, preoccupazioni sulle ramificazioni giuridiche e stigma generale che circonda i cannabinoidi contribuiscono tutti all’attuale scarsità di studi sul potenziale terapeutico di questi composti.

Per questo motivo, nonostante l’entusiasmo per i buoni risultati ottenuti finora, i meccanismi, la sicurezza e l’efficacia dei cannabinoidi nel trattamento delle malattie dermatologiche restano ancora da approfondire.

 

Disclaimer: in quest’articolo sono presenti banner di affiliazione a scopo commerciale.



BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA
“Cannabinoids in dermatology: a scoping review”
Eagleston, Lauren R M Kalani, Nazanin Kuseh Patel, Ravi R et al.

Foto di M. Maggs da Pixabay

Carotenoidi per prevenire l’invecchiamento cellulare

Nonostante un aumento dell’aspettativa di vita che indica uno sviluppo umano positivo, sta sorgendo una nuova sfida.

L’invecchiamento è associato alla degenerazione biologica: ne sono esempi il declino cognitivo, il deterioramento psicologico e la fragilità fisica.

La popolazione anziana è soggetta allo stress ossidativo a causa dell ‘inefficienza fisiologica dei suoi sistemi antiossidanti endogeni.

Poiché molti studi hanno dimostrato una relazione inversa tra carotenoidi e malattie legate all’età (ARD) riducendo lo stress ossidativo, interrompendo la propagazione dei radicali liberi, i carotenoidi potrebbero rappresentare un potenziale intervento per patologie associate all’età.

Le specie reattive dell’ossigeno (ROS) sono generate continuamente nel normale metabolismo aerobico come sottoprodotto; tuttavia, quando la quantità è elevata, sotto stress, può causare potenziali danni biologici.

Lo stress ossidativo emerge da uno squilibrio di molecole pro-e/o antiossidanti, essendo caratterizzato dalla diminuzione della capacità dei sistemi endogeni di combattere un attacco ossidativo e successivamente portando a danni molecolari e cellulari.

Lo stress ossidativo è stato riconosciuto come la principale causa per la fisiopatologia e patogenesi di ARD quali le sindromi metaboliche, aterosclerosi, osteoporosi, obesità, demenza, diabete, cancro e artrite.

Le ARD sono diventate le minacce sanitarie più comuni negli ultimi decenni. Le ARD sono state collegate a cambiamenti strutturali nei mitocondri, accompagnati da un’alterazione delle proprietà biofisiche della membrana, come ridotta fluidità e alterata attività della catena di trasporto di elettroni, che a loro volta contribuiscono al fallimento mitocondriale e a squilibrio energetico.

Questa perturbazione altera la funzione mitocondriale e l’omeostasi cellulare e aumenta la suscettibilità allo stress ossidativo.

La popolazione anziana è suscettibile allo stress ossidativo a causa dell’inefficienza dei loro sistemi antiossidanti endogeni.

Una progressione irreversibile del decadimento ossidativo dovuta al ROS provoca anche un impatto negativo sulla biologia dell’invecchiamento, come la riduzione della durata della vita, l’aumento dell’incidenza della malattia e la compromissione delle funzioni fisiologiche.

Diversi organi, ad esempio il cuore e il cervello, con un alto consumo di ossigeno e un tasso di rigenerazione limitato sono vulnerabili a questi fenomeni, suggerendo l’alta prevalenza di disturbi neurologici e malattie cardiovascolari (CVD) nelle popolazioni anziane.

L’aumento del ROS è stato collegato alla progressione e all’insorgenza dell’invecchiamento.

Molti studi sottolineano che i carotenoidi possono diminuire lo stress ossidativo e la progressione di ARD.

Il licopene, un carotenoide che si trova abbondantemente nei pomodori, è una fonte di antiossidante molto importante.

Uno studio ha dimostrato una relazione inversa tra l’ assunzione di licopene e la malattia cardiovascolare (CVD) Questo effetto favorevole potrebbe essere attribuito alla diminuzione della risposta infiammatoria e del livello di colesterolo, così come la ridotta ossidazione delle biomolecole. Oltre a CVD, diversi studi hanno anche scoperto che il consumo di frutta e verdura ricca di carotenoidi può prevenire tumori come quelli alla prostata e all’utero.

Carotenoidi

I carotenoidi sono una famiglia di composti pigmentati organici naturali che sono prodotti dai funghi, diversi batteri e da alghe e piante.

In particolare, l’afide dei piselli rossi (Acyrthosiphon pisum) e l’acaro ragno (Tetranychus urticae) sono gli unici animali che producono carotenoidi dai funghi attraverso il trasferimento genico. Nelle piante, i carotenoidi contribuiscono alla macchina fotosintetica e li proteggono dai danni da fotoesposizione.

Generalmente, i carotenoidi assorbono lunghezze d’onda tra 400 e 550 nanometri, e quindi i composti sono presenti nel colore rosso, arancione o giallo.

Quasi 600 carotenoidi sono stati identificati in natura e modulano un ampio spettro di funzioni.

Tuttavia, solo circa 50 carotenoidi si trovano nella dieta umana tipica, mentre circa 20 carotenoidi sono presenti nei tessuti umani e nel sangue. I carotenoidi sono classificati in due gruppi, cioè xantofille e caroteni, secondo i loro costituenti chimici.

I derivati ossigenati sono conosciuti come xantofille; mentre solo gli idrocarburi carotenoidi (licopene, β-carotene e α-carotene) sono chiamati caroteni.

Inoltre, i gruppi di aldeidi (β-citraurin), i gruppi di epossido (neoxantina, antheraxantina e violaxantina), i gruppi oxo/Keto (canthaxanthin ed echinenone) e i sostituenti di ossigeno (zeaxantina e luteina) sono classificati come xantofille complesse.

In particolare, la maggior parte dei carotenoidi sono tetraterpenoidi, contenenti 40 atomi di carbonio e derivati da otto molecole isoprene.

A causa della presenza del sistema coniugato ricco di elettroni della struttura del poliene, i carotenoidi sono scavengers di radicali liberi intrappolando i radicali perossidi e estinguendo l’ossigeno singoletto. Infatti, il doppio legame coniugato è fondamentale per il corretto funzionamento dei carotenoidi, ad esempio nell’assorbimento della luce per gli organismi fotosintetici.

Fonti dietetiche

I carotenoidi si trovano abbondantemente in frutta e verdura profondamente pigmentate, per esempio verdure e frutta di colore giallo-arancio sono ricchi di β-carotene e α-carotene. Mentre, α-cryptoxantina, licopene, e luteina si trovano in frutta arancione, pomodori e verdure verde scuro, rispettivamente.

Il tuorlo d’uovo è una fonte altamente biodisponibile di zeaxantina e luteina. La natura insatura dei carotenoidi li rende inclini all’ossidazione.

Altri fattori come il pH, la luce e la temperatura possono influenzare anche il colore e il valore nutrizionale degli alimenti.

Alcuni metodi di cottura domestici comuni, ad esempio ebollizione, cottura a vapore e cucina a microonde, non modificano sensibilmente l’estensione del contenuto di carotenoidi negli alimenti. Tuttavia, il calore estremo può causare danni ossidativi ai carotenoidi

Metabolismo e biodisponibilità

Ci sono diversi fattori che influenzano l’assorbimento dei carotenoidi, la biodisponibilità, ripartizione, trasporto, e lo stoccaggio.

Ad esempio, l’assunzione dietetica di grassi (sotto forma di condimento per insalata, olio da cucina come l’ olio extravergine di oliva o uovo intero) nello stesso pasto con il consumo di carotenoidi (verdure cotte o insalata di verdure crude) aumenta efficacemente l’ assorbimento di alcuni carotenoidi .

Fibre dietetiche vegetali, ad esempio gomma di guar e pectina, diminuiscono l’assorbimento del carotenoide.

Sebbene il calore riduca il contenuto di carotenoidi, la biodisponibilità ne viene migliorata rispetto allo stato crudo.

I dati hanno indicato che quasi il 5% dei carotenoidi (verdure intere, crude) viene assorbito dall’intestino mentre fino al 50% del carotenoide viene assorbito dalle soluzioni micellari.

Questa constatazione implica che la forma fisica dei carotenoidi presenti nelle cellule mucose intestinali è di vitale importanza.

Molti studi hanno rivelato che il trattamento termico aumenta la bioaccessibilità dei carotenoidi e ne migliora l’assorbimento a causa dell’allentamento del legame e dell’interruzione delle pareti cellulari. Essi vengono assorbiti nelle cellule mucose gastrointestinali e rimangono invariati nei tessuti e in circolo.

Nell’intestino, i carotenoidi vengono assorbiti attraverso la diffusione passiva dopo essere stati incorporati nelle micelle formate dall’acido biliare e dal grasso dietetico.

Successivamente, questi carotenoidi micellari sono incorporati nei chilomicroni e rilasciati nel sistema linfatico. In definitiva, si legano con la lipoproteina al fegato e vengono rilasciati nel flusso sanguigno

I carotenoidi sono prevalentemente accumulati nel tessuto adiposo e nel fegato; mentre nel tessuto del tronco cerebrale, la concentrazione di carotenoidi è inferiore al limite di rilevazione.

Altri fattori come il sesso, l’invecchiamento, lo stato nutrizionale, il fattore genetico e l’infezione possono influenzare anche la biodisponibilità dei carotenoidi.

È stato dimostrato che qualsiasi malattia con un assorbimento anomalo del grasso dal tratto digestivo altera notevolmente l’incorporazione di carotenoidi. Inoltre, è stata trovata un’interazione con farmaci come l’aspirina e le sulfonamidi che riducono la biodisponibilità del β-carotene

L’invecchiamento è caratterizzato da una progressiva perdita e declino dei tessuti e dei sistemi di organi.

Il tasso di degenerazione varia da individuo a individuo e dipende fortemente dalla genetica e dai fattori ambientali, ad esempio esercizio fisico, radiazioni ionizzanti, esposizione a sostanze inquinanti e dieta.

In generale, i cambiamenti fisiologici dell’invecchiamento si dividono in tre gruppi che includono: cambiamenti nei meccanismi omeostatici cellulari, come il volume del fluido extracellulare, il sangue e la temperatura corporea; una diminuzione della massa d’organo; e la perdita e il declino della riserva funzionale del sistema corporeo.

La perdita della riserva funzionale può compromettere la capacità di un individuo di affrontare sfide esterne, ad esempio traumi e interventi chirurgici.

L’invecchiamento cardiovascolare attenua l’efficienza contrattile e meccanica.

I cambiamenti specifici includono un aumento del tono della muscolatura liscia, la promozione dell’attività collagenolitica ed elastolitica e l’ispessimento delle pareti arteriose. Successivamente, i vasi si irrigidiscono progressivamente con l’età e contribuiscono all’aumento della pressione arteriosa sistolica e aumentano il postcarico cardiaco e la resistenza vascolare sistemica.

Questo fenomeno si manifesta come ipertensione sistolica isolata, in cui il ventricolo sinistro deve lavorare di più per espellere il sangue nell’aorta più rigida, e quindi aumentare il carico di lavoro e contribuire all’ipertrofia ventricolare sinistra. L’ipertrofia dei miociti in risposta all’aumento del postcarico può favorire il tempo di contrazione e il ciclo cardiaco. Il rilassamento ventricolare viene ritardato al momento dell’apertura della valvola mitrale e porta a disfunzione diastolica.

Inoltre, il tasso di riempimento diastolico precoce è anche diminuito con l’età e parzialmente compensato da un elevato tasso di riempimento diastolico tardivo. L’invecchiamento è anche legato alla riduzione della gittata cardiaca a fronte di cadute della pressione arteriosa.

Nel contesto del sistema nervoso centrale, l’invecchiamento riduce la densità neurale, rappresentando circa il 30% della perdita di massa cerebrale all’età di 80 anni, in gran parte grigia.

L’invecchiamento è legato a una riduzione dei neurotrasmettitori centrali come l’acetilcolina, la serotonina e la catecolamina. Inoltre, possono ridursi i trasportatori di assunzione di dopamina e i siti di legame γ-aminobutirrico, β-adrenergico, α2-adrenergico e corticale serotoninergico. Tutti questi cambiamenti possono ridurre la velocità della memoria e l’elaborazione.

Il più grande cambiamento nella fisiologia gastrointestinale che influenza la biodisponibilità dei nutrienti è la gastrite atrofica, che si presenta in quasi il 20% della popolazione anziana.

È stato dimostrato che un leggero calo della secrezione di pepsina e acido cloridrico si verifica con l’avanzare dell’età. L’assorbimento di nutrienti è influenzato dalle condizioni di acido nello stomaco.

Le evidenze della ricerca hanno rivelato che l’invecchiamento è associato al declino, associato all’età, di alcune sostanze assorbite da meccanismi attivi come la vitamina B12, il β-carotene, il ferro e il calcio. La digestione di vitamina B12 avviene in presenza di pepsina e acido. Se l’acido dello stomaco è scarso, la digestione della vitamina B12 non può aver luogo in modo efficace. Oltre agli effetti sopra menzionati, l’invecchiamento può ridurre il numero di fibroblasti e cheratinociti, diminuire il turnover cellulare epidermico e compromettere la funzione barriera . Inoltre, l’invecchiamento può anche ridurre la rete vascolare come le ghiandole e i bulbi tondeggianti (atrofia cutanea e fibrosi). In particolare, gli anziani sono suscettibili ai cambiamenti nella funzione cutanea a causa della riduzione della sintesi di vitamina D. Questi cambiamenti aumentano la loro suscettibilità alle lesioni della pelle come lacerazione della pelle e ulcera da pressione
L’antiossidante svolge un ruolo predominante nella cessazione delle reazioni a catena ossidativa interrompendo gli intermedi dei radicali liberi. I carotenoidi sono conosciuti come neutralizzatori di ossigeno singoletto fisico e chimico altamente efficaci e potenti scavenger di ROS. Studi affermano che ad esempio l’attività antiossidante del licopene è superiore all’α-tocoferolo e al β-carotene.

La menomazione visiva è diventata la seconda causa più comune di convivenza con disabilità.
La retinopatia diabetica, il glaucoma, la cataratta e la degenerazione maculare senile (AMD) sono le cause più comuni di perdita della vista tra gli anziani. Lo sviluppo di AMD non è dovuto solo al fattore età, altri fattori, come la dieta, lo stress ossidativo e il fumo, possono aumentare il rischio.
Un’esposizione prolungata alla luce blu emessa da lampadine ad alta efficienza energetica ed elettronica aumenta il danno alla retina.
L’AMD è la causa predominante della cecità tra gli anziani di età pari o superiore a 75 anni nei paesi sviluppati.
Cellule post-mitotiche non proliferative comprendenti cellule epiteliali del pigmento retinico e fotorecettori sono particolarmente sensibili al danno ossidativo a causa dell’assenza di sistemi di rilevamento del danno del DNA rispetto ad altre cellule.

Nel contesto della cataratta, la terapia con zeaxantina e luteina ha fornito risultati benefici significativi. La zeaxantina / luteina (2 mg / 10 mg) ha ridotto significativamente il rischio di un intervento chirurgico alla cataratta. Inoltre, l’AMD è inversamente correlata con l’assunzione di una dieta ricca di carotenoidi (5-10 mg / die) rispetto a quegli individui che raramente o mai consumano carotenoidi.

I carotenoidi sono agenti protettivi per la vista dell’occhio e sono classificati come provitamina A.

Due carotenoidi alimentari, vale a dire zeaxantina e luteina, sono pigmenti maculari trovati nella retina umana.

I pigmenti maculari esercitano proprietà antiossidanti, che possono assorbire lunghezze d’onda corte e luce blu ad alta energia, e successivamente proteggere la retina dal danno fotochimico.

Questo pigmento può proteggere dalla perossidazione indotta da UV e neutralizzare ROS. Inoltre, la carenza di vitamina A può anche portare alla cecità permanente chiamata xeroftalmia. L’integrazione con carotenoidi come zeaxantina (2 mg / giorno / anno) e luteina (10-20 mg / die / anno) può aumentare i livelli di densità ottica del pigmento maculare.

Diversi studi hanno anche dimostrato che la zeaxantina / luteina (2 mg / 10 mg / giorno / anno) può migliorare le prestazioni visive come il recupero da fotostress, la tolleranza al riverbero e la sensibilità al contrasto.

La demenza è una malattia neurodegenerativa cronica e progressiva in cui si verifica un deterioramento del comportamento, del pensiero, della memoria e della capacità di svolgere attività quotidiane. La demenza è diventata una delle principali cause di disabilità e dipendenza tra le persone anziane e contribuisce a circa il 60% dei casi totali.

Si prevede che entro il 2050 ci saranno 152 milioni di casi di demenza nei paesi a basso e medio reddito. Il morbo di Alzheimer è la forma più comune di demenza e rappresenta circa il 60-70% dei casi.

Studi hanno dimostrato che la concentrazione di carotenoidi è passivamente associata alle prestazioni cognitive.

Uno studio condotto su individui sani ha suggerito che l’integrazione per 12 mesi con luteina (10 mg / die), zeaxantina (2 mg / die) e meso-zeaxantina (10 mg / die) ha migliorato la memoria rispetto al gruppo di controllo placebo. E’ stato anche dimostrato che i carotenoidi (16 mg / die per 26 giorni) sono inversamente associati a marcatori infiammatori, ad esempio interleuchina (IL) -1β e il fattore di necrosi tumorale-a (TNF-α)

Pertanto, il controllo dell’infiammazione sistemica potrebbe essere uno strumento mirato per la prevenzione dell’ARD. Molte informazioni indicano che i carotenoidi possono limitare il danno neuronale da radicali liberi, che è potenzialmente utilizzato come fattore di rischio modificabile per il declino cognitivo.

I carotenoidi ritardano la progressione delle malattie neurodegenerative attraverso diversi percorsi, ad esempio sopprimono le citochine pro-infiammatorie.
Alti livelli sierici di carotenoidi come licopene, zeaxantina e luteina sono in grado di ridurre la mortalità dovuta a malattia di Alzheimer e svolgono un ruolo significativo nel ritardare la progressione della malattia neurodegenerativa.

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, quasi 17,9 milioni di persone muoiono di CVD (malattie cardio vascolari) che rappresentano il 31% di tutti i decessi nel mondo.
Circa l’85% di tutti i decessi per CVD è dovuto a ictus e infarti.

Le CVD includono la malattia dei vasi sanguigni e del cuore, la cardiopatia reumatica e la malattia coronarica. L’implicazione dei carotenoidi contro la fisiopatologia della CVD è stata ampiamente studiata in modelli sia in vivo che in vitro. Le proprietà antinfiammatorie e antiossidanti della luteina riducono il rischio di malattia coronarica e CVD nella popolazione anziana. Il consumo di luteina (un uovo sodo bollito al giorno per 4 settimane) ha dimostrato di ridurre la lipoproteina a bassa densità ossidata (LDL), e questo implica che la luteina possa prevenire lo sviluppo di aterosclerosi. Elevati livelli plasmatici di luteina possono proteggere il miocardio dalla lesione da ischemia diminuendo lo stress ossidativo e l’apoptosi.

Il cancro rappresenta la seconda causa di morte più comune in tutto il mondo, con quasi 9,6 milioni di morti e 18,1 milioni di nuovi casi nel 2018.

Le ricerche suggeriscono che il 30-50% delle morti per cancro potrebbe essere prevenuto modificando i principali fattori di rischio, ad esempio facendo regolarmente esercizio fisico, mantenendo un peso corporeo sano, riducendo il consumo di alcol ed evitando il tabacco.

È stato riportato che i carotenoidi riducono il rischio di alcuni tumori come quelli del colon ,della prostata e al polmone.

Nei pazienti, di età compresa tra 64 e 75 anni, è stato dimostrato che un’elevata assunzione di carote, pomodori e licopene riducono il rischio di cancro alla prostata rispetto a quelli con basso consumo di carota, pomodori e licopene.

Il ruolo preventivo dei carotenoidi contro il cancro potrebbe essere attribuito alla loro attività antiossidante. Infatti, la capacità antitumorale dei carotenoidi come il licopene viene espletata attraverso diversi meccanismi come l’apoptosi, l’arresto del ciclo cellulare, gli enzimi disintossicanti di fase II e la segnalazione del fattore di crescita.

Tuttavia, è stato scoperto che i fumatori che hanno integrato la dieta con β-carotene (20 mg / die per 5-8 anni) hanno registrato un aumento dell’incidenza del cancro polmonare e questi risultati non erano associati al livello di nicotina o di catrame delle sigarette fumate, il che suggerisce che tutti i fumatori dovrebbero continuare ad evitare la supplementazione di β-carotene.

L’effetto dannoso dell’integrazione di β-carotene nei fumatori potrebbe essere dovuto all’instabilità della molecola di β-carotene nei polmoni dopo l’esposizione al fumo di sigaretta. I metaboliti beta-carotene ossidati riducono i livelli di acido retinoico e quindi migliorano la carcinogenesi polmonare.

Il diabete mellito è una malattia cronica dovuta alla carenza o inefficacia del pancreas a produrre insulina.

La prevalenza del diabete è passata da 108 milioni nel 1980 a 422 milioni nel 2014. Quasi 1,6 milioni di persone nel mondo sono morte a causa del diabete nel 2016. Il diabete di tipo 2 è la forma più comune della malattia e rappresenta circa il 90% di tutti i casi di diabete mellito in tutto il mondo.

Il diabete mellito è una malattia progressiva, accompagnata da complicazioni che includono danni macroscopici e microvascolari, neuropatia, retinopatia e nefropatia. Lo stress ossidativo è stato riconosciuto come un fattore di rischio chiave nello sviluppo del diabete.

Diversi fattori di rischio come l’invecchiamento, l’obesità e l’apporto alimentare non sano, contribuiscono tutti a un ambiente ossidativo e successivamente alterano la sensibilità all’insulina attraverso l’alterazione della tolleranza al glucosio o promuovono l’insulino-resistenza. L’iperglicemia è comunemente correlata al diabete e porta alla progressione e ad un ambiente ossidativo generale. Un carotenoide comune, l’astaxantina, è un potente antiossidante per la prevenzione e il trattamento del diabete.
Un altro carotenoide comune, la fucoxantina potrebbe prevenire il diabete mellito.

L’astaxantina potrebbe esercitare un ruolo importante invece nella prevenzione della nefropatia diabetica.

L’osteoporosi è la più comune malattia ossea metabolica, caratterizzata da bassa massa ossea e aumento della fragilità ossea.

L’osteoporosi è diventata un’epidemia globale, causando oltre 8,9 milioni di fratture ogni anno nel mondo. Circa il 75% delle fratture distali dell’avambraccio, della colonna vertebrale e dell’anca si verificano in pazienti di età pari o superiore a 65 anni.

L’osteoclastogenesi e l’apoptosi degli osteociti e degli osteoblasti sono accelerate con la presenza di stress ossidativo e successivamente portano al riassorbimento osseo. Un’elevata assunzione di β-carotene, β-criptoxantina e luteina / zeaxantina riduce il rischio di frattura dell’anca nella popolazione di mezza età e anziana. Inoltre, studi epidemiologici hanno anche rilevato che un apporto dietetico di carotenoidi può ridurre il rischio di osteoporosi e migliorare la densità minerale ossea.

In una dieta ben bilanciata, l’assunzione di carotenoidi, come la luteina, è sufficiente per mantenere la salute. Tuttavia, è necessaria un’integrazione nei casi di malattia cronica o inadeguato assorbimento di carotenoidi

L’uso di luteina è sicuro senza esiti teratogeni e mutageni. Tuttavia è stato stabilito un limite di sicurezza per il consumo giornaliero di luteina pari a 2 mg / kg. Dosi elevate potrebbero causare ingiallimento della pelle (carotenodermia).

Disclaimer: in quest’articolo sono presenti banner di affiliazione a scopo commerciale.



BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA:
“Carotenoids: How Effective Are They to Prevent Age-Related Diseases?”
Bee Ling Tan and Mohd Esa Norhaizan

 

Oli essenziali di piante tropicali contro la zanzara tigre

La zanzara tigre asiatica, Aedes albopictus Skuse (Diptera Culicidae) è classificata tra le specie di zanzare più invasive al mondo. Originaria delle aree tropicali e subtropicali del sud-est asiatico, negli ultimi tempi, Ae. l’albopictus si è diffusa in molti paesi tra cui Europa, Nord e Sud America e Africa. Oltre al suo aggressivo comportamento mordace diurno, l’importanza medica di Ae. l’albopictus è dovuta alla sua capacità di trasmettere molti agenti patogeni e parassiti umani (ad esempio febbre gialla, febbre dengue, Nilo occidentale, encefalite giapponese, encefalite di St. Louis, virus chikungunya, nematodi filaridi)

Dal momento che non sono disponibili vaccini o farmaci per la maggior parte dei patogeni trasportati da Ae. albopictus, il controllo delle zanzare rimane lo strumento essenziale per la prevenzione della trasmissione.

Ad oggi, il controllo delle zanzare adulte si basa comunemente sull’uso di insetticidi e repellenti sintetici, principalmente appartenenti a organofosfati e piretroidi, ma i trattamenti con tali sostanze chimiche sono costosi, mostrano scarsità di efficacia e hanno un forte impatto ambientale. Anche N, N-dietil-meta-toluamide (DEET), un composto sintetico che è l’ingrediente attivo più comune nei repellenti per insetti, è stato associato a rischi rilevanti per la salute umana.
Per questi motivi, insetticidi e repellenti naturali alternativi sono ora molto apprezzati dai consumatori.

Gli oli essenziali (EO) delle piante aromatiche sono considerati tra le alternative più promettenti ai prodotti chimici di sintesi.



Le EO sono generalmente riconosciute come rispettose dell’ambiente, facilmente biodegradabili, minimamente tossiche per i mammiferi e hanno mostrato attività di repellenza, tossicità, inibizione della crescita e / o riproduzione contro diverse specie di zanzare.
In alcuni casi, l’attività di questi composti è più elevata o ha una durata maggiore rispetto ai prodotti chimici sintetici. A causa delle loro proprietà, gli EO sono stati proposti come ingredienti attivi in prodotti topici antizanzare repellenti e in nebbie repellenti e insetticide spruzzate da sistemi automatici esterni.

Tuttavia, nonostante la loro efficacia, basso costo e bassa tossicità, gli EO non hanno ancora un’applicazione diffusa a causa di alcune limitazioni come la loro elevata volatilità, la variabilità della composizione e l’odore forte. In effetti, l’impatto sensoriale degli EO è stato segnalato come uno degli aspetti più negativi del loro uso.
A tale riguardo, per garantire il successo del mercato come ingrediente dei repellenti ambientali e topici basati su EO, gli EO dovrebbero avere un’efficacia elevata contro l’insetto bersaglio accoppiato con un odore gradevole per i consumatori. Ad oggi, tuttavia, non sono state effettuate indagini specifiche per valutare la loro bioattività contro gli insetti bersaglio e il loro impatto sul sistema sensoriale umano.

Gli OE più conosciuti derivano da: Citronella (Cymbopogon), Geranio (Pelargonyum), Lavanda ( Lavandula ), Basilico (Ocimum basilicum), Neem (Azadirachta indica)
Inoltre sono in fase di studio OE derivati da specie tropicali o nordafricane, come per esempio:
A. verlotiorum ( Assenzio dei fratelli Verlot ), Algerian L. dentata ( Lavandula dentata dell’Algeria ), R. chalepensis ( Ruta di Aleppo )

E’ stato effettuato uno screening olfattivo su questi oli essenziali: (Artemis verlotiorum Lamotte (Asteraceae), Lavandula dentata L. (Lamiaceae) e Ruta chalepensis L. (Rutaceae) per il loro possibile utilizzo come ingredienti in repellenti topici.

I profili olfattivi degli EO sono stati poi abbinati alla loro repellenza contro la zanzara Aedes albopictus Skuse (Diptera Culicidae). Il profilo del miglior odore è stato associato a A. verlotiorum EO, mentre R. chalepensis EO ha dimostrato la più bassa piacevolezza generale. Tutti gli EO hanno un’attività significativa come repellente per la pelle contro Ae. Albopictus. Oltre al miglior profilo olfattivo, A. verlotiorum EO ha dimostrato anche l’effetto repellente più duraturo, assicurando la completa protezione della pelle trattata contro Ae. albopictus per un tempo più lungo del 60% rispetto al repellente sintetico DEET. E’ stato inoltre riscontrato che l’ EO di Algerian L. dentata, di cui il composto principale è il chrysanthenone, mostra una buona attività larvicida anche contro Culiseta longiareolata Macquart e Culex pipiens L. (Diptera Culicidae), la “nostrana” zanzara comune.

Disclaimer: in quest’articolo sono presenti banner di affiliazione a scopo commerciale.

BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA

“Essential oils sensory quality and their bioactivity against the mosquito Aedes albopictus” S. Bedini, G. Flamini, R. Ascrizzi, F. Venturi, G. Ferroni, A. Bader, J. Girardi & B. Conti

Img: Foto di WikiImages da Pixabay

 

Esiste davvero la pillola magica per dimagrire? Il business degli integratori per la perdita del peso negli USA

Gli integratori alimentari da banco per il trattamento dell’obesità si rivolgono a molti pazienti che desiderano una “bacchetta magica” per dimagrire. Esistono in commercio tantissimi integratori alimentari per la perdita di peso. Attualmente, almeno in Usa, nessuno di questi soddisfa i criteri per l’uso raccomandato. Ad esempio, sebbene esistano prove di modesta perdita di peso secondaria all’ingestione di efedra-caffeina, effetti avversi potenzialmente gravi hanno indotto la Food and Drug Administration statunitense a intervenire e vietare la vendita di questi prodotti. Anche il cromo è un popolare integratore per la perdita di peso, ma la sua efficacia e la sicurezza a lungo termine sono incerte. La gomma di guar e il chitosano sembrano inefficaci; pertanto, l’uso di questi prodotti dovrebbe essere scoraggiato. E a causa di prove insufficienti o conflittuali sull’efficacia di acido linoleico coniugato, ginseng, glucomannano, tè verde, acido idrossicitrico, L-carnitina, psillio, piruvato e erba di San Giovanni, i medici dovrebbero seguire i pazienti durante il periodo di assunzione di tali sostanze.
Nel 2000, in USA, il 30,5% degli adulti era obeso (cioè aveva un indice di massa corporea [BMI] maggiore di 30 kg per m2) e il 15,5% degli adolescenti era in sovrappeso (BMI da 25 a 30 kg per m2)
Dato l’impatto medico e psicosociale dell’essere sovrappeso, così come la difficoltà nell’ottenere miglioramenti rilevanti nella dieta e nell’attività fisica, non sorprende che i pazienti spesso si rivolgano a prodotti dimagranti da banco, contenenti supplementi dietetici singoli o multipli (ad es. erbe, vitamine, minerali, amminoacidi).
Un sondaggio multi-stato, già nel 1998, aveva rilevato che il 7% degli adulti utilizzava integratori per la perdita di peso, con il maggiore uso osservato tra le giovani donne obese (28%).
Le vendite al dettaglio di prodotti per la perdita di peso sono state stimate in USA in oltre $ 1,3 miliardi nel 2001. Ad esempio “Metabolife 356”, un integratore combinato contenente efedra, è stato il prodotto dietetico topselling con $ 70 milioni di vendite.
I risultati di un sondaggio hanno messo in luce alcune delle possibili ragioni per cui i pazienti usano integratori dietetici per la perdita di peso:

  • Questi integratori rispondono al desiderio di una “bacchetta magica” che, a parità di efficacia ma con minor fatica e impegno, sostituisca diete e attività fisica.
  • Sono disponibili senza prescrizione medica e spesso sono accompagnati da pubblicità che menziona dati statistici e commenti favorevoli.
  • I pazienti possono anche essere attratti perché sono prodotti commercializzati come “naturali”, il che può essere interpretato come garanzia di sicurezza ed efficacia.

Perché i pazienti sovrappeso e obesi cercano integratori alimentari per la perdita di peso:

  • Stigma sociale dell’obesità
  • Benefici per la salute della perdita di peso
  • Desiderio di una “bacchetta magica” per la perdita di peso
  • Cambiamenti di stile meno impegnativi rispetto a esercizio fisico e dieta
  • Frustrazione da precedenti tentativi di dieta e / o esercizio fisico
  • Facilmente disponibile senza prescrizione nè consulenza professionale con un medico, un infermiere o un nutrizionista
  • Affermazioni pubblicitarie gonfiate
  • Percezione di un rimedio “naturale” e perciò sicuro

Per consigliare adeguatamente i pazienti, i medici devono essere a conoscenza dell’efficacia, della sicurezza e della qualità degli integratori di perdita di peso in commercio. Inoltre, dato che i pazienti possono assumere anche importanti medicinali con prescrizione medica, dovrebbero essere considerate le possibili interazioni con questi.
A causa della legge sulla salute e l’educazione all’integratore dietetico del 1994 (Dietary Supplement Health and Education Act of 1994), i produttori non sono tenuti a fornire alla Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti una prova di sicurezza ed efficacia Inoltre, l’adozione di buone pratiche di produzione da parte dei produttori di integratori non è attualmente obbligatoria. Pertanto, la qualità del prodotto (ad es., assenza di contaminazione, accuratezza dell’etichettatura) è variabile e incerta.

Integratori alimentari comuni utilizzati per la perdita di peso, classificati secondo il presunto meccanismo:

  • Aumentano la spesa energetica: ephedra, arancio amaro, guaranà, caffeina, infuso di malva, erba mate
  • Modulatori metabolismo carboidrati: cromo, ginseng
  • Aumentano la sazietà: gomma di guar, glucomannano, psyllium
  • Aumentano l’ossidazione dei grassi o riducono la sintesi di grassi: carnitina, acido idrossicitrico, tè verde, vitamina B5, liquirizia, acido linoleico coniugato, piruvato
  • Bloccano l’assorbimento dei grassi nella dieta: chitosano
  • Aumentano l’eliminazione dell’acqua: dente di leone, cascara
  • Migliorano l’umore: erba di San Giovanni o iperico
  • Varie o non specificato: laminaria, spirulina [noto anche come alghe blu-verdi], guggul, aceto di mele

Supplementi destinati ad aumentare la spesa energetica

L’ Ephedra sinica è un arbusto originario della Cina e della Mongolia che contiene composti simpaticomimetici denominati alcaloidi. L’arancia amara e la malva contengono sostanze chimiche correlate. Gli alcaloidi dell’efedra sono comunemente associati alla caffeina ( guaranà, erba maté ) per la perdita di peso. Una recente analisi ha dimostrato una perdita in peso di 0.9 kg in più al mese assumendo integratori con efedra rispetto al placebo. Tuttavia, non erano disponibili dati a lungo termine (cioè superiori a sei mesi) sull’efficacia. Utilizzando i dati sugli eventi avversi da efedra, è stato stimato un aumento da 2,2 a 3,6 volte della probabilità di sintomi psichiatrici, cardiovascolari e gastrointestinali.
Inoltre ci sono state circa 87 segnalazioni al Programma FDA MedWatch tra giugno 1997 e marzo 1999. Questi rapporti includevano episodi di ipertensione, aritmie, infarto miocardico, ictus e convulsioni. Dieci eventi hanno portato alla morte e 13 hanno causato invalidità permanente. Di queste 23 segnalazioni, nove si sono verificate ai dosaggi raccomandati di efedra in persone senza significativi fattori di rischio cardiovascolare.
I prodotti di efedra rappresentavano solo lo 0,8% di tutte le vendite di integratori alimentari nel 2001, ma sono stati responsabili del 64% di tutti gli eventi avversi correlati alle erbe, segnalati a “US Poison Control Center” durante lo stesso anno. Sebbene le combinazioni di efedra-caffeina possano essere efficaci per una modesta perdita di peso, i problemi di sicurezza hanno motivato la FDA a vietarne la vendita nell’aprile 2004.

Supplementi presunti per modulare il metabolismo dei carboidrati

Il cromo è in grado di giocare un ruolo nel metabolismo dei carboidrati e dei lipidi, influenzando il peso e la composizione corporea. Il deficit di cromo è associato a iper-glicemia, iper-insulinemia, iper-trigliceridemia e bassi livelli di colesterolo delle lipoproteine ad alta densità. Tuttavia, i dati su persone sane senza diabete non supportano questa teoria, e i dati sui pazienti con diabete non sono definitivi. La maggior parte degli integratori per la perdita di peso contiene il cromo picolinato in dosi giornaliere da 200 a 400 mcg.
I risultati di tre test che hanno studiato il ruolo del cromo nell’obesità non hanno mostrato alcuna differenza nella perdita di peso tra il gruppo trattato e il gruppo placebo. Sebbene studi a breve termine sull’uso del cromo picolinato non abbiano riportato effetti avversi significativi, vi sono preoccupazioni teoriche sul fatto che questa forma di cromo possa generare danni da radicali liberi. Sono stati riportati casi di rabdomiolisi e insufficienza renale, probabilmente correlata all’ingestione di oltre 1.000 mcg al giorno di cromo picolinato. A causa della mancanza di studi approfonditi e ben progettati, l’efficacia del cromo per la perdita di peso e il suo profilo di sicurezza a lungo termine rimangono incerti. Un’altra sostanza inclusa in prodotti dimagranti è il ginseng. Sebbene i dati preliminari suggeriscano che il ginseng (Panax ginseng) può migliorare la tolleranza al glucosio, nessuno studio nell’uomo ha mostrato una maggiore perdita di peso con ginseng rispetto al placebo.

Supplementi destinati ad aumentare la sazietà

Numerosi prodotti per la perdita di peso contengono fonti di fibra solubile, che teoricamente potrebbero assorbire acqua all’interno dell’intestino, causando maggiore sazietà e minore apporto calorico. Le fibre possono anche migliorare il controllo del diabete e dell’iperlipidemia, due comuni comorbidità nei pazienti con obesità. Gli esempi includono la gomma di guar (derivata dal fagiolo indiano, Cyamopsis tetragonolobus), il glucomannano (Amorphophallus konjac) e lo psyllium (derivato dal guscio di seme di Plantago psyllium). Sebbene la gomma di guar sia relativamente sicura, una meta-analisi con gomma di guar contro placebo per la perdita di peso non ha mostrato alcun beneficio. Studi suggeriscono che il glucomannano in dosi da 3 a 4 g al giorno può essere ben tollerato e produrre una perdita di peso modesta. Sebbene lo psillio abbia migliorato i parametri glicemici e lipidici in modo significativo rispetto al placebo in 125 pazienti in sovrappeso con diabete di tipo 2, non ci sono state differenze nella perdita di peso.

Supplementi destinati ad aumentare l’ossidazione dei grassi o a ridurre la sintesi di grassi

L’acido idrossicitrico (HCA) è derivato dal frutto di una pianta nativa dell’India, la Garcinia cambogia. Si è scoperto che l’HCA inibisce il citrato mitocondriale, portando a una diminuzione della produzione di acetil coenzima A e alla riduzione della sintesi di acidi grassi. Sebbene l’HCA sembri essere ben tollerata, le prove di efficacia al momento sono contraddittorie.
L’acido linoleico coniugato (CLA) fa parte di una famiglia di acidi grassi che possono ridurre la deposizione di grasso nei topi obesi, attraverso un aumento dell’ossidazione dei lipidi e una diminuzione dell’assorbimento dei trigliceridi nel tessuto adiposo. Le persone che assumono CLA hanno riportato sintomi gastrointestinali da lievi a moderati. Attualmente, nessun dato umano supporta l’efficacia del CLA nei prodotti per la perdita del peso.
In uno studio, il tè verde ha dimostrato di aumentare l’ossidazione dei grassi e la termogenesi nei pazienti. La liquirizia sembra ridurre la massa grassa del corpo senza cambiare l’IMC in persone di peso normale. Tuttavia, è stato riportato che la liquirizia causa pseudo-aldosteronismo, ipertensione e ipokaliemia. Sei settimane di piruvato, ad un dosaggio di 6 g al giorno, è stato associato a perdita di peso di 1,2 kg rispetto al placebo. Sebbene la vitamina B5 sembri causare la perdita di peso, nessuna sperimentazione umana lo supporta. Allo stesso modo, nessun trial dimostra che la L-carnitina possa essere efficace per la perdita di peso.

Supplementi destinati a bloccare l’assorbimento di grassi alimentari

Il chitosano, derivato dalla chitina presente nei gusci dei crostacei, è un polimero a carica positiva in grado di prevenire l’assorbimento dei grassi legando le molecole caricate negativamente all’interno del lume intestinale. Le persone sane che assumono chitosano non hanno mostrato aumenti clinicamente significativi dell’escrezione di grasso fecale. Il chitosano sembra essere sicuro negli studi a breve termine, ma è probabilmente inefficace per la perdita di peso.
Supplementi destinati ad aumentare l’eliminazione dell’acqua
Il dente di leone (Taraxacum officinale) sembra avere attività diuretica mentre la cascara (Rhamnus purshiana) agisce come un lassativo. Nessuna di queste erbe è stata studiata specificamente per la perdita di peso negli esseri umani. Per quanto riguarda la sicurezza, l’uso a lungo termine di questi supplementi potrebbe teoricamente causare effetti avversi simili a quelli dei diuretici e dei lassativi convenzionali (ad esempio, disidratazione, alterazioni elettrolitiche).

Altri integratori comuni utilizzati per la perdita di peso

Anche se i rimedi botanici per la depressione come l’erba di San Giovanni (Hypericum perforatum) si trovano spesso in prodotti per la perdita di peso, nessun dato supporta il loro ruolo nella perdita di peso. La laminaria (kelp) non è stata studiata per la perdita di peso. La spirulina contiene fenilalanina, che è assunta allo scopo di inibire l’appetito. Nel 1981, la FDA dichiarò la spirulina inefficace per la perdita di peso, e nessun altro studio al contrario è stato pubblicato.
Il guggul (derivato dall’albero di mirra, Commiphora mukul) e l’aceto di sidro di mele, che contiene varie vitamine e minerali, non sono stati studiati per la perdita di peso.
Se esistono prove evidenti della qualità, della sicurezza ed efficacia, potrebbe essere ragionevole raccomandare questi prodotti e monitorare attentamente il paziente che li assume. Al contrario, sarebbe opportuno scoraggiarne l’uso.
I pazienti che usano integratori per la perdita di peso sono in genere fortemente motivati e i medici possono provare a sfruttare questa motivazione per incoraggiare approcci più sani e consolidati, come i cambiamenti nella dieta e l’esercizio fisico. Per quanto riguarda il futuro degli integratori dietetici per la perdita di peso, sono necessari studi ben progettati con prodotti standardizzati e una maggiore regolamentazione del settore affinchè possano essere raccomandati come parte di un programma più responsabile e più articolato di dimagrimento.

Disclaimer: in quest’articolo sono presenti banner di affiliazione a scopo commerciale.



BIBLIOGRAFIA
“Common Dietary Supplements for Weight Loss” ROBERT B. SAPER, M.D., M.P.H., DAVID M. EISENBERG, M.D., and RUSSELL S. PHILLIPS, M.D., Harvard Medical School, Boston, Massachusetts

In vino veritas sed etiam sanitas (nel vino c’è verità, ma anche salute)

La storia ha dimostrato che la nostra civiltà è sempre stata strettamente legata al vino.

Ippocrate, il padre della medicina, aveva detto: “Il vino è una cosa meravigliosamente appropriata per l’uomo se, nella salute come nella malattia, è amministrato con misura appropriata e giusta secondo la costituzione individuale”. Anche San Benedetto raccomandava per i suoi monaci, nella sua regola numero 40 l’assunzione regolare di due-tre bicchieri di vino al giorno.

Siamo arrivati così fino al “paradosso francese” di Renaud ( che per primo ha svelato il rapporto tra il consumo di vino e il basso rischio di malattie cardiovascolari. La ricerca e le scoperte del professor Renaud sono senza dubbio tra i capisaldi della dieta mediterranea e, soprattutto, degli effetti benefici del vino su una dieta equilibrata, perché, come suggerì nel 1991, l’unico legame che riesce a spiegare il rapporto tra un regime alimentare ricco di grassi saturi ed una scarsa probabilità di malattie cardiovascolari, è proprio il vino ) e Lorgeril ( cardiologo sostenitore del paradosso francese ) entrambi interessati ai meccanismi alla base dell’effetto benefico del consumo di vino sulla prognosi cardiovascolare.

Dai primi anni ’90 sono stati pubblicati numerosi studi sperimentali e clinici che descrivono l’effetto protettivo del vino rosso su diversi percorsi della patogenesi dell’aterosclerosi. Antiossidanti, flavonoidi e polifenoli sono diventati le prime sostanze contenute nel vino rosso con provati effetti benefici in varie malattie, come l’inibizione dell’ossidazione delle LDL o l’attenuazione del danno da ischemia-riperfusione. Tuttavia, diversi studi sperimentali hanno anche dimostrato che l’alcol stesso può avere un impatto protettivo e queste osservazioni sono state confermate da dati provenienti da ampi studi e registri basati sulla popolazione, che mostrano benefici cardiovascolari del consumo di alcool, indipendentemente dal tipo di bevanda, simili per vini rossi e bianchi, birra e persino liquori.

È stato dimostrato negli esperimenti sugli animali e negli studi in vitro che esistono differenze nelle caratteristiche di base tra vini rossi e bianchi. Tuttavia, mancano dati prospettici relativi a confronti a lungo termine, testa a testa, degli effetti dei vini rossi e bianchi sui marcatori di aterosclerosi.

Vi è una grande quantità di prove che la dieta mediterranea e il consumo moderato di alcool, in particolare il vino rosso, sono associati a meno malattie cardiovascolari e un profilo lipidico migliorato. Il vino rosso presenta una maggiore capacità antiossidante e, secondo diversi studi, un effetto protettivo contro l’ossidazione dell’LDL rispetto al vino bianco. E’ stata dimostrata l’ attenuazione della segnalazione del recettore del fattore di crescita derivato dalle piastrine (PDGFR) (un importante meccanismo patogenetico nello sviluppo dell’aterosclerosi) nelle cellule muscolari lisce e muscolari del ratto (VSMC) indotte dal vino rosso, mentre il vino bianco non ha avuto alcun effetto. D’altra parte, non è stata riscontrata alcuna differenza tra il vino rosso e il vino bianco nel profilo della lipoproteina sierica nel modello di aterosclerosi del topo.

Altri scienziati hanno osservato una riduzione simile nella produzione di superossido e un aumento nell’espressione e nell’attività di NO-sintasi (iNOS) da vini rossi e bianchi dealcolizzati in un modello di ratto, mentre l’up-regulation della ciclo-ossigenasi-2 (COX -2) è stato rilevato solo nel gruppo di vini rossi. Inoltre, è stato descritto che sia il vino bianco arricchito con vino rosso che polifenoli impediscono l’aterosclerosi precoce nei criceti. Per ottenere però gli effetti benefici, le quantità di polifenoli e il relativo consumo di vino dovrebbe essere ben più elevato che due-tre bicchieri al giorno, ma in questo caso l’organismo sarebbe esposto agli effetti negativi dell’alcol.

Una riduzione della prostaglandina urinaria PGF2α-III, marcatore dello stress ossidativo è stata espressa più dopo il vino rosso che dopo il vino bianco in uno studio su soggetti sani. Non è stato trovato invece alcun vantaggio nel vino rosso rispetto al vino bianco nel prevenire l’aggregazione piastrinica nei maschi sani.

Non sono state osservate differenze significative negli effetti del consumo di vino rosso e bianco sulla pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, i lipidi plasmatici, i livelli di interleuchina-6 (IL-6), la molecola di adesione intercellulare-1 (ICAM-1) e molecola di adesione delle cellule vascolari-1 (VCAM-1) nei maschi con evidenza angiografica di malattia coronarica (CAD). Fino ad ora, la più lunga esposizione a vini rossi e bianchi in uno studio prospettico è stata di quattro settimane; in un gruppo di trentasei femmine sane è stato verificato un più forte effetto anti-infiammatorio da parte del vino rosso rispetto al consumo di vino bianco.



Nonostante ci siano differenze significative nella composizione del vino rosso e bianco (ad esempio concentrazione di resveratrolo o capacità antiossidante) non è possibile dimostrare differenze clinicamente importanti sugli effetti di entrambi i vini sui parametri monitorati. Pertanto, non è possibile confermare l’ ipotesi principale che il consumo di vino rosso sia associato a livelli più alti di HDL rispetto al vino bianco. Inoltre i dati in letteratura sono coerenti nel mostrare che il consumo di vino diminuisce i livelli di LDL mentre aumenta i livelli di HDL, ma in alcuni altri studi in vivo non è stato possibile confermare l’ipotesi che il consumo di vino sia associato effettivamente ad un innalzamento di HDL.

La determinazione di strategie dietetiche appropriate per la prevenzione delle malattie degenerative croniche, del cancro, del diabete e delle malattie cardiovascolari rimane una questione stimolante e molto importante a livello mondiale.
Inoltre, ricercatori e medici hanno discusso a lungo diete che incoraggiano l’assunzione di alcol, come le diete mediterranee e di stile francese, per quanto riguarda il loro impatto sulla salute umana. Comprendere gli effetti di queste diete può aiutare a migliorare il trattamento e la prevenzione delle malattie. La maggior parte delle spiegazioni per gli effetti positivi della dieta in stile mediterraneo e del paradosso francese si sono concentrati in gran parte sulle proprietà benefiche degli antiossidanti, tra gli altri composti / metaboliti, negli alimenti e nel vino rosso.

Il vino è una bevanda alcolica tradizionale che è stata associata ad effetti sia salutari che nocivi. Nonostante alcuni dubbi, esiste una ragionevole unanimità tra i ricercatori per quanto riguarda gli effetti benefici del consumo moderato di vino sulle malattie cardiovascolari, il diabete, l’osteoporosi e la longevità, che sono stati attribuiti ai composti polifenolici presenti. Nonostante ciò, risultati contrastanti sull’impatto del consumo di alcol sulla salute umana e risultati contraddittori riguardo agli effetti dei componenti del vino non alcolici, come il resveratrolo hanno portato a confusione tra i consumatori. Oltre a queste contraddizioni e malintesi, c’è una scarsità di studi di ricerca sull’uomo che confermino gli effetti positivi dei polifenoli in vivo, proprio perché gli studi sono stati condotti finora principalmente in vitro o utilizzando modelli animali.

Disclaimer: in quest’articolo sono presenti banner di affiliazione a scopo commerciale.

BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA

“Is a Meal without Wine Good for Health?”, Jean-Pierre Rifler

“Red or white wine consumption effect on atherosclerosis in healthy individuals (In Vino Veritas study)”, Taborsky , Ostadal , Adam, Moravec , Gloger , Schee , Skala

Theobroma Cacao, il cibo degli Dei: le tante proprietà che rendono il cioccolato un nutraceutico

I polifenoli sono composti presenti in natura in prodotti alimentari vegetali come frutta, verdura e cereali e anche in bevande specifiche come vino, tè, caffè e cacao. Negli ultimi anni, la relazione tra consumo di alimenti ricchi di polifenoli e salute umana è stata consolidata. Questo fatto ha portato alla considerazione che una dieta sana, come una dieta mediterranea, deve contenere un elevato apporto di composti fenolici, che sono presenti in frutta, verdura, cereali integrali, noci, olio d’oliva e anche nel vino rosso, caffè e tè. In effetti, il crescente interesse per il ruolo dei polifenoli in una dieta umana sana ha dato origine alla scoperta di nuovi alimenti arricchiti con polifenoli estratti da diverse fonti naturali, sia materie prime che sottoprodotti provenienti da diverse catene alimentari, come da olive e agrumi.

Il cacao, per il suo alto contenuto di polifenoli, le sue potenziali proprietà cardio-protettive, anti-infiammatorie, anti-obesità e neuro-protettive, è oggetto di molti studi.
Alcuni dati indicano che i polifenoli presenti nelle fave di cacao costituiscono il 12-18% del peso secco di tutto il seme. Essi appartengono alla famiglia dei flavonoidi e includono principalmente flavan-3-oli, presentati come monomeri, come (+) – e (-) – isomeri di epicatechina e catechina e forme polimeriche che sono un accumulo di subunità di epicatechina. I componenti minori del cacao sono gli acidi fenolici, i flavonoli e gli stilbeni. Il cioccolato deriva dalla fermentazione, dalla tostatura e dalla macinatura delle fave di cacao. Nella fase successiva, un processo di miscelazione combina il cacao macinato con lo zucchero. A seconda del tipo di cioccolato finale, che va dal cioccolato bianco al cioccolato fondente, vengono scelti e aggiunti ingredienti diversi. Mentre il cioccolato bianco è solo burro di cacao, il cioccolato al latte contiene una quantità significativa di latte e il cioccolato fondente contiene cacao in quantità che vanno dal 40% al 100%.
Di conseguenza, il contenuto di polifenoli nel cioccolato aumenterà in proporzione diretta al contenuto di polvere di cacao.

Secondo il database di Phenol Explorer, la polvere di cacao ha un contenuto in flananolo di circa 510 mg / 100 g, con (-) – epicatechina (158,30 mg / 100 g), procianidina B1 (112,00 mg / 100 g), (+ ) -catechina (107,75 mg / 100 g), la procianidina B2 (71,57 mg / 100 g) è la più importante. Nel caso del cioccolato fondente, la composizione fenolica principale (circa 240 mg / 100 g) dipende da (-) – epicatechina (70,36 mg / 100 g), cinnamtannina A2 (53,83 mg / 100 g), procianidina B2 (36,50 mg / 100 g), procianidina C1 (26,00 mg / 100 g), quercetina (25,00 mg / 100 g) e (+) – catechina (20,50 mg / 100 g).
Nel caso del cioccolato bianco, il contenuto di polifenoli stabilizzati (circa 20 mg / 100 g) è limitato a (-) – epicatechina (14,58 mg / 100 g) e (+) – catechina (4,64 mg / 100 g).

Negli ultimi anni, a causa del suo contenuto di polifenoli, il cacao ha guadagnato maggiore attenzione per quanto riguarda i suoi potenziali effetti sulla salute.
Tra questi, l’effetto antiossidante è la proprietà meglio studiata.
È stato stimato che una porzione di cioccolato fondente (40 g) fornisce una buona capacità antiossidante.
Inoltre, il consumo di cacao e cioccolato fondente si è dimostrato associato a azioni cardio-protettive, anti-infiammatorie, anti-obesità, anti-carcinogeniche e neuro-protettive oltre a un ruolo potenziale nella regolazione del metabolismo dei carboidrati e delle lipoproteine. Questi risultati sono stati ricavati da studi eseguiti principalmente in popolazioni a rischio di malattia o nei pazienti.

Esistono informazioni limitate sugli effetti del cacao sull’immunità umana, ma studi preclinici hanno dimostrato che il cacao possiede proprietà immunoregolatrici sia a livello sistemico che intestinale.
Tra questi effetti, è stato dimostrato che una dieta arricchita con cacao può esercitare una down-regolation sulla sintesi degli anticorpi correlati alle allergie. Queste azioni immunoprotettive del cacao non sono ancora state dimostrate con certezza negli esseri umani.

Per aumentare le conoscenze attuali sulla relazione tra l’assunzione di cacao e lo stato di salute e gettare luce sulle azioni immunoprotettive di questo alimento, è stato condotto uno studio pilota di osservazione trasversale.
Lo studio aveva come obiettivo stabilire la relazione tra la quantità di consumo di cacao e lo stato di salute, analizzando le abitudini di vita e la presenza di allergie in giovani studenti.
I risultati sono stati ottenuti classificando i partecipanti in terzili definiti in base al consumo di cacao: “consumatori bassi” (LC), ” consumatori moderati (MC) e “consumatori elevati” (HC). Il gruppo LC ha consumato meno di 7 g di cacao / giorno, il gruppo MC ha consumato 7-15 g di cacao / giorno e infine il gruppo H ha consumato fino a 15 g di cacao / giorno. Complessivamente, il consumo globale di questa particolare distribuzione è stato di circa 13 g / giorno.
La percentuale di persone allergiche nei gruppi MC e HC è risultata inferiore a quella nel gruppo LC e, inoltre, l’assunzione di cacao, in particolare il consumo moderato, è stata anche associata a una minore presenza di sintomi allergici. Pertanto, da questi risultati si può suggerire un effetto positivo dell’assunzione di cacao sull’allergia nella popolazione giovane.
La quantità di cacao consumata in media dai soggetti coinvolti nel test, fornisce circa 66 mg di flavonoli al giorno.
Lo stato di salute è stato valutato in base a diversi criteri, inclusi i dati antropometrici.

L’eccessivo consumo di cioccolato è regolarmente considerato un rischio per il controllo del peso, sebbene siano state a volte segnalate anche azioni anti-obesità del cacao. In proposito, durante i test, è stata rilevata una percentuale inferiore di soggetti sovrappeso nel gruppo di consumatori moderati e una percentuale più alta di soggetti nel gruppo dei consumatori di alto livello. Questi risultati sono in linea con i dati preclinici ottenuti nei ratti da diversi ceppi, età e condizioni di salute. In questi studi, dopo aver ricevuto una dieta al 10% di cacao con 4 g / 100 g di polifenoli (che potrebbero essere considerati ratti ad alto consumo), è stato osservato un aumento più lento del peso corporeo. Inoltre, anche altri studi sull’uomo riflettono questo comportamento.

È stata studiata in quest’occasione anche la relazione tra fumo e consumo di prodotti di cacao, e i risultati ottenuti sono stati piuttosto particolari. Sebbene non siano state rilevate differenze nel considerare gli attuali fumatori e studenti che non avevano mai fumato, la percentuale di ex fumatori nei consumatori di cacao moderato e alto era da due a tre volte superiore a quella dei consumatori di cacao basso, il che potrebbe suggerire un ruolo del cacao come sostituto del tabacco.

Per quanto riguarda lo stato di salute globale, gli studenti universitari hanno riportato, logicamente, buone condizioni, lontano dalle sofferenze croniche che coinvolgono neoplasie e malattie cardiovascolari, le principali cause di morte nella popolazione più in età. Le condizioni croniche più frequentemente segnalate dagli studenti sono state quelle di mal di testa e emicrania. In generale il gruppo di consumatori moderati di cacao ha evidenziato una prevalenza della malattia cronica significativamente inferiore rispetto ai bassi consumatori.
Sebbene debbano essere eseguiti ulteriori studi con una popolazione anziana e un campione più ampio, è possibile rafforzare la raccomandazione per un moderato consumo di cacao.
Vi è tuttavia qualche dubbio poiché da un lato, un consumo elevato di cioccolata sembra fare da innesco alimentare a emicranie e mal di testa, dall’altro lato tale ipotesi suggerisce che l’emicrania può derivare da ipersensibilità alimentare IgE e IgG-mediata, che potrebbe essere migliorata dagli effetti immunomodulatori dei polifenoli.

La possibile relazione tra consumo di cacao e prevenzione delle allergie è supportata dall’evidenza dell’influenza dei flavonoidi sul sistema immunitario, in particolare sul bilancio T-helper 1 e T-helper 2 (Th1 / Th2), sull’allergia e l’asma. Studi preclinici, principalmente condotti su roditori, suggeriscono che i flavonoidi potrebbero avere un ruolo di prevenzione sull’allergia.
Dopo aver preso in considerazione modelli umani con asma allergico, è stato suggerito che il trattamento preventivo con particolari classi di flavonoidi possa ridurre l’iper-reattività delle vie aeree, e portare a una riduzione del rilascio di mediatori infiammatori, come istamina e citochine. Pertanto, si può suggerire che una dieta che includa un consumo moderato di prodotti a base di cacao potrebbe sostanzialmente prevenire le malattie allergiche e potrebbe migliorarne i sintomi. Alcuni flavonoidi potrebbero essere utilizzati come terapia alternativa o complementare alla prevenzione e al trattamento di alcune allergie.

Grazie ad ulteriori studi, è stata confermata una relazione inversa tra il consumo di cacao nell’uomo e alcune patologie (cardiovascolari, arteriosclerosi, allergie…) Questa scoperta è importante perché stabilisce una relazione diretta tra alimenti ricchi di polifenoli, come il cacao, e la salute umana offrendo buone prospettive per un loro futuro utilizzo.

Disclaimer: in quest’articolo sono presenti banner di affiliazione a scopo commerciale.



BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA

“Relationship between Cocoa Intake and Healthy Status: A Pilot Study in University Students”, Maria J. Rodríguez-Lagunas , Filipa Vicente , Paula Pereira , Margarida Castell and Francisco J. Pérez-Cano

http://phenol-explorer.eu/

Quando si dice “mangiare con gli occhi”: la relazione tra colore e gusto degli alimenti

Gli psicologi, gli psicofisici, gli scienziati del settore alimentare e sensoriale e gli esperti di marketing sono stati a lungo interessati, e hanno discusso, su quale possa essere esattamente la relazione tra il colore e il gusto dei cibi. Mentre alcuni sostenevano l’inesistenza di una qualsiasi relazione, un ampio corpus di prove empiriche pubblicate negli ultimi 80 anni dimostra invece chiaramente che la tonalità e la saturazione, o l’ intensità del colore nel cibo o delle bevande spesso influenzano la percezione del sapore multisensoriale.

Fin dal primo rapporto provvisorio del chimico britannico HC Moir apparso sul Journal of the Society of Chemical Industry nel 1936, diverse centinaia di studi pubblicati hanno successivamente studiato l’influenza del colore su aroma, gusto e sapore.
Molti di questi studi sono basati su problematiche pratiche circa l’uso di coloranti artificiali nei prodotti alimentari e bevande di tutti i giorni. La lobby del burro, per esempio, si è opposta all’aggiunta di un colorante alimentare giallo dorato a una margarina bianca “naturale”.
Nel frattempo, i primi psicologi come Karl Duncker (1939) si sono interessati a valutare le risposte delle persone a nuovi prodotti alimentari.

Oggi gran parte dell’interesse è verso cibi insolitamente colorati (come i cibi blu sempre più popolari o i cibi cangianti) e questa tendenza sembra essere motivata sia dall’appeal che questi cibi o bevande avranno nelle foto pubblicate su social come Instagram, sia, soprattutto, dall’influenza che il colore potrà avere sul gusto e sul comportamento del consumatore.
La maggior parte degli studi sperimentali sull’influenza del colore hanno avuto la tendenza a concentrarsi su situazioni semplici, in genere con liquidi o bevande colorati artificialmente che sono stati annusati e / o assaggiati Le bevande colorate sono relativamente facili da creare e, per di più, non forniscono molti degli altri segnali normalmente disponibili quando ispezioniamo visivamente un alimento. Spesso, tuttavia, i colori e i sapori che sono stati utilizzati nelle ricerche di laboratorio in questo settore hanno dimostrato poca o nessuna relazione ovvia come ci si sarebbe potuto invece aspettare di trovare.

Fino a poco tempo fa, praticamente tutti gli studi sull’influenza del colore sulle aspettative di gusto delle persone e in seguito sulle loro esperienze di degustazione, sono stati eseguiti nell’ambito dei campi della scienza sensoriale, della scienza alimentare e / o del marketing alimentare.
Negli ultimi anni, l’interesse da parte del marketing è stato tanto sul colore degli imballaggi, quanto su altri tipi di colore di sfondo, come è stato fatto in precedenza sul colore del prodotto stesso.
Allo stesso tempo, tuttavia, è importante sottolineare che né il colore del prodotto, né del suo imballaggio, sono elementi determinanti esclusivi della percezione del gusto o sapore di un prodotto.

Spesso, il colore scelto per un determinato prodotto è apparentemente arbitrario, tuttavia, se il colore sembra essere distintivo, il prodotto potrebbe essere ricordato attraverso un processo di apprendimento associativo, ed essere fortemente collegato nella mente del cliente con un particolare profilo di sapore.
La maggior parte delle volte non abbiamo nemmeno bisogno di essere consapevoli dell’associazione per influenzare la nostra percezione / preferenza.

I tre aspetti principali dell’aspetto di un cibo o di una bevanda sono il colore, la tonalità e l’intensità, la saturazione, la torbidità e opacità (nel caso di liquidi e gel). Tuttavia, la maggior parte della ricerca visiva è stata focalizzata sulla tonalità (ad esempio, rosso, verde, giallo), e sulla saturazione e intensità del colore La torbidità, l’opacità, la lucentezza e le altre proprietà visive dell’aspetto esteriore sono ritenute sorprendentemente poco interessanti per la ricerca.

Parte del problema è che l’impatto del colore sulla degustazione risulta dipendere sia dalle aspettative di gusto e sapore che un colore indica nella mente dell’osservatore, ma anche da quanto vicino, o lontano, è l’esperienza di degustazione effettiva da quella visiva. Ciò significa ad esempio che le aspettative di gusto visivamente determinate e la successiva esperienza di degustazione devono essere ragionevolmente vicine (come quando ci si aspetta che una bevanda blu-viola scuro sappia di mirtillo mentre in realtà sa di ribes nero).

Sicuramente, inoltre, culture diverse associano sapori diversi ad uno stesso colore. Quindi, ad esempio, durante un test riguardo una bibita, la maggior parte dei giovani consumatori taiwanesi identificava una bevanda blu trasparente con il gusto della menta, mentre i giovani consumatori britannici associavano invece alla stessa bevanda il gusto di lampone. Valutando le aspettative di gusto di ogni partecipante suscitate dalla visione di una gamma di colori diversi, gli studiosi sono stati in grado di prevedere quanta influenza avrebbe avuto il colore sui giudizi dei partecipanti riguardo al sapore della bevanda durante la degustazione. Altri risultati hanno rivelato, ad esempio, che indipendentemente dal continente da cui provenivano i partecipanti, il colore associato ad un gusto dolce della bevanda era rosso, seguito da blu e poi viola. Al contrario, il verde, il giallo e l’arancione erano raramente scelti come colori associati alla dolcezza indipendentemente dalla provenienza dei partecipanti.

Per quanto riguarda l’intensità, o la saturazione, del colore e il suo impatto sull’esperienza, i risultati della ricerca sono stati in variabili. Un altro fattore che può essere rilevante quando si pensa all’influenza del colore durante la degustazione è se i segnali olfattivi vengono sperimentati orto-nasalmente, come quando annusiamo, o in modo retro-nasale (ad esempio, durante la deglutizione).



Sorprendentemente, è stato riferito che l’aggiunta di colore a una bevanda ha migliorato le valutazioni dell’intensità dell’odore orto-nasale, mentre, allo stesso tempo, ha ridotto l’intensità dello stesso odore quando era retro-nasale.
Vale la pena notare che quando certe proprietà nell’ aspetto visivo di una bevanda portano l’assaggiatore a pensare che quello che sta guardando è un prodotto specifico, come per esempio la Coca-Cola, allora questo può innescare specifiche associazioni di marca, ciò viene sfruttato negli studi di marketing.

Ad oggi, tuttavia, praticamente tutte le ricerche pubblicate hanno valutato gli effetti della visione sul gusto e non l’effetto sulle aspettative / percezione del colore che possono essere suscitate assaggiando qualcosa (indipendentemente dal fatto che il gusto sia familiare o non familiare).

È giusto dire che la maggior parte dei ricercatori che lavorano in quest’area sono stati molto più interessati all’influenza del colore sul gusto, che alle aspettative visive (ai colori) che potrebbero essere suscitate nel gustare qualcosa di “non-visibile” (ad es. quando l’assaggiatore è bendato). Per di più, la ricerca mostra che sia la tonalità che la saturazione del colore di un cibo o di una bevanda, influenza le aspettative generate nella mente del degustatore e da allora in poi, spesso anche l’esperienza di degustazione.

Le persone in genere vedono il colore di una bevanda prima di annusarla (tranne nel caso di bere da una lattina). Questo colore può creare una forte aspettativa su quale sarà probabilmente il sapore della bevanda. Questa aspettativa può essere confermata o disconfermata poi attraverso l’esperienza. La predizione è che se il grado di discordanza percettiva tra gli stimoli attesi e quelli effettivi è piccolo, le differenze possono essere trascurate a favore di una risposta coerente con questa aspettativa. Se, d’altro canto, la discrepanza tra gli stimoli attesi e quelli effettivi è troppo grande, le differenze potrebbero essere troppo grandi per trascurare e considerare ancora l’aspettativa come un fattore predittivo affidabile dell’identità della bevanda. Di conseguenza, potrebbe essere meno probabile che si verifichi un processo di assimilazione.

Riassumendo i risultati della ricerca sulle corrispondenze tra colori e gusti che sono stati pubblicati fino ad oggi, si è concluso che il rosso e il rosa sono più frequentemente associati con dolcezza, giallo e verde con acido, bianco e blu con salato e marrone / nero e viola (o possibilmente verde) con amaro. I colori associati al gusto dell’umami sono stati studiati meno intensamente, comunque, non hanno ancora portato a risultati particolarmente significativi.

La scoperta di corrispondenze così robuste si inserisce chiaramente anche nella letteratura sul marketing alimentare (ad esempio, per coloro che considerano la migliore combinazione di colori per riflettere un gusto o un sapore particolare) e la commercializzazione di vari altri prodotti che vanno dai profumi alle vernici.

È stato riportato inoltre che la mediazione emotiva gioca un ruolo piccolo ma significativo nello spiegare il comportamento delle persone nello stabilire associazioni tra colore e gusto.
Dalla letteratura emerge che la suggestione influisce sulle corrispondenze e ci insegna che uno stimolo intensamente colorato sarà abbinato al gusto o sapore più intenso.

Negli ultimi 80 anni circa, c’è stato indubbiamente un grande interesse da parte di esperti di scienze alimentari, scienziati sensoriali e operatori del settore alimentare per catturare l’attenzione del consumatore e offrire la migliore esperienza gustativa ottimizzando il colore del prodotto e / o il suo imballaggio. Nel frattempo, negli ultimi anni, è emersa una letteratura empirica separata che documenta le corrispondenze che esistono tra colori e sapori, sapori, aromi e profumi. Finora, tuttavia, abbiamo una visione minima dei meccanismi neurali che sostengono tali influenze e associazioni.

Disclaimer: in quest’articolo sono presenti banner di affiliazione a scopo commerciale.

BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA

“On the Relationship(s) Between Color and Taste/Flavor”
Charles Spence, Crossmodal Research Laboratory, University of Oxford, UK

 

La medicina al tempo degli antichi egizi

Sebbene l’antica medicina greca e romana sia generalmente considerata l’origine della medicina europea, vi sono prove in antichi testi egiziani che suggeriscono un ruolo precursore dell’antica medicina egiziana a questo riguardo. Considerando i tempi, le malattie e la gamma di metodi di trattamento conservativo e chirurgico messi in atto, le conoscenze di allora appaiono sbalorditive. Con le acquisite esperienze mediche, eseguendo un esame manuale approfondito e valutando i risultati clinici i dottori dell’epoca riuscivano a stabilire una vera e propria diagnosi. La “teoria dei canali” prevalente a quel tempo, in cui il flusso senza ostacoli dei fluidi corporei era considerato un prerequisito fondamentale per la salute, può probabilmente essere considerato un precursore dell’antica patologia umorale greca. Quest’ultima divenne la base per la teoria dei quattro umori, essenziale per l’intero campo della medicina medievale.
Oggi, il trattamento delle ferite e l’estetica sono pilastri fondamentali della terapia dermatologica. L’antica medicina greca e romana è generalmente considerata l’origine della medicina europea. I manuali di medicina medievale si basavano su scritti ippocratici, su Dioscoride, Erofilo, Erasistrato e altri, che a loro volta facevano riferimento alle teorie della “filosofia della natura”, prevalente a quei tempi. I nomi di greci e romani studiosi di medicina sono noti: ad esempio Ippocrate di Kos (460-370 aC), fu sicuramente il più famoso medico dei tempi antichi, considerato il fondatore delle scienze mediche (Ippocrate Corpus). La teoria ippocratica dei quattro umori spiegava l’equilibrio e il libero flusso dei fluidi corporei come prerequisito per la salute. Il loro squilibrio si traduceva nello sviluppo di malattie. Erofilo di Calcedonia (330-255 aC circa) stabilì la teoria dell’importanza diagnostica della presa del polso. Secondo Erasistratus (305-250 aC), invece la respirazione faceva riempire i vasi di aria vitale (teoria del “pneuma”). Celso (25 aC circa – 50 dC), diede la prima descrizione dei quattro segni cardinali dell’infiammazione locale (rubor, calor, tumore e dolor). Galeno (130-1.200 d.C.) era convinto che le malattie dovessero essere trattate con droghe (allopatiche) opposte, secondo appunto il “corpus galenico”.
Tuttavia, teorie comparabili erano già esistite molto prima. Dall’analisi degli antichi testi medici egiziani, è emerso che l’Egitto ha svolto un ruolo di primo piano nella medicina molto prima di Ippocrate e che la medicina egiziana rappresenta il precursore del copto e del greco, e quindi della medicina europea.
La professione medica e la struttura dell’assistenza sanitaria nell’antico Egitto erano simili ad oggi; la professione degli antichi medici egiziani era già soggetta a un ordine marcatamente gerarchico. C’era il medico ordinario, sopra di lui il “prevosto dei medici”, il medico anziano, il “medico anziano del palazzo”, il “capo dei medici del palazzo”, fino al “medico della corte suprema”. C’erano anche donne in posizioni importanti (supervisore di medici di sesso femminile). L’antico medico egiziano era un quasi servo, che riceveva il suo stipendio dal faraone e quindi era dipendente da lui (accompagnava le truppe, dava assistenza medica durante la costruzione delle necropoli e così via). A sua volta, questa forma di protezione rappresentava anche una sorta di assicurazione sanitaria; ci sono prove che i pazienti venivano “trattati senza rimborso” perché i medici ricevevano il loro stipendio dallo stato. Erodoto, il famoso storico greco antico, riferì intorno al 450 aC che ogni medico era responsabile di una sola malattia; c’erano medici per gli occhi, la testa, i denti, lo stomaco, indicati come “oculista”, “dentista”, “medico dello stomaco”. Non lavoravano negli ospedali, ma nelle “case della vita”, che erano adiacenti ai templi, ai musei e ai sanatori, dove erano conservati i rotoli e vi si svolgeva anche l’addestramento dei medici.

I due più grandi papiri ritrovati, di Ebers e di Smith dal nome dei loro acquirenti e detentori, sono i più significativi rispetto al campo della dermatologia. Il primo fu acquistato da Georg Ebers (1837-1898) a Tebe (Luxor) nel 1873. Il papiro di Smith, il “libro delle ferite”, si colloca tra i più antichi documenti scritti sulla terapia medica nel campo del trattamento delle ferite e della chirurgia. È un testo educativo contenente didascalia, esame, diagnosi, prospettive curative e terapia. Presenta 48 casi di ferite dalla testa ai piedi. Il papiro di Ebers (conservato presso la Biblioteca universitaria di Lipsia, Germania), con una lunghezza totale di 20 metri, rappresenta attualmente il più grande record di medicina egizia antica. Oltre alle formulazioni per le malattie dell’apparato urinario, digestivo, e organi interni, così come tosse e asma, disturbi agli occhi e disturbi ginecologici, i capitoli contengono saggi sul sistema cardiovascolare e rimedi per il pianto dei bambini e la contraccezione. Ci sono anche testi che descrivono il trattamento di ferite acute e croniche, disturbi della pelle e dei capelli. Per quanto riguarda la storia della dermatologia, è interessante notare che anche allora le procedure cosmetiche e gli aspetti igienici hanno avuto un ruolo significativo. Ciò che colpisce delle descrizioni nei papiri di Ebers e Smith è l’approfondita indagine sull’osservazione e l’analisi dei sintomi, che, insieme a un primo esame sistematico, portano alla fine alla diagnosi e al trattamento. Sorprendentemente, tale linea d’azione doveva diventare la caratteristica centrale della dottrina ippocratica ancora empirica, orientata ai sintomi e prevalentemente non anatomica. Dalle prime misurazioni del polso, i medici traevano conclusioni sullo stato generale di salute del paziente; ad esempio, è stata stimata la gravità di una lesione della testa o della spina dorsale; o la palpazione delle bolle ha portato alla valutazione del loro tipo e contenuto. La prognosi del paziente è stata classificata come positiva (“una malattia che tratterò”), incerta (“una malattia che combatterò”) e negativa (“una malattia che non può essere curata”).

La conoscenza anatomica degli antichi medici egiziani non era così avanzata come quella delle successive scuole greche. Avevano, come si può ricavare dai papiri medici, conoscenze anatomiche specifiche su certe parti del corpo e strutture ossee (cranio, ossa facciali, radice dell’occhio, dischi intervertebrali, vertebre e altri). Tuttavia, la loro conoscenza sembra essere stata molto limitata rispetto agli organi interni, in particolare il sistema vascolare e il tratto digestivo; ad esempio, ritenevano che il cibo fosse trasportato dal cuore all’ano attraverso i sistemi di canali interni (tubo digerente). Colpisce il fatto che anche i testi ippocratici successivi usassero il termine “cardias” in riferimento sia al cuore che all’ingresso dello stomaco. È un doppio significato ancora usato oggi, che, data la sua mancanza di correttezza anatomica, deve ovviamente essere stato tramandato. Nell’antica medicina egizia, il flusso senza impedimenti dei fluidi corporei e la digestione intatta degli alimenti erano prerequisiti fondamentali per la salute. L’aria e l’acqua – come contenuto di vasi, rappresentavano gli elementi essenziali della vita, mentre il sangue e il pus erano considerati semplicemente associati a ferite e malattie.
Secondo le credenze dell’epoca, una congestione nel sistema di drenaggio portava alla trasformazione dei fluidi corporei e dei residui digestivi in sostanze dolorose, che erano distribuite all’interno del corpo, in grado di causare malattie in qualsiasi sito.
Questi concetti spiegano anche la raccomandazione per i lassativi, considerati promotori della salute nell’antico Egitto, e spesso trovati nelle formulazioni. L’uso di salassi e lassativi è stato considerato un metodo di trattamento efficace fino all’età moderna, e termini come “purgazione” e il più moderno “disintossicazione” sono indicazioni per credenze pato-fisiologiche simili, ancora esistenti.
Il cuore era già riconosciuto come l’organo principale e il centro del corpo. Era (simile ai successivi scritti ippocratici) considerato come il luogo del pensiero, della mente e dell’anima, e quindi aveva assunto fondamentalmente le responsabilità del cervello. Inoltre, il cuore era già riconosciuto come il centro di un sistema di condotti attraverso il quale riforniva altri organi e siti del corpo con acqua e aria; quindi, questi erano i fondamenti della teoria del “pneuma” in cui la respirazione (come principio vitale) riempie i vasi con l’aria. In vari passaggi dei papiri medici, si descrive che “il lavoro del cuore può essere sentito in certi siti del corpo”. Infatti anche ai tempi degli antichi egiziani, il medico traeva conclusioni sulla salute generale del paziente palpando il polso.
A causa di disegni mancanti e di impossibilità nell’ identificazione, solo poche delle piante e dei farmaci citati nei papiri possono essere riconosciuti oggi; tuttavia, è certo che molti di quelli usati hanno un effetto comprovato.

Tra le piante e le droghe citate più volte, anche il miele ha svolto un ruolo cruciale nel trattamento delle ferite. Oggi, c’è evidenza clinica e farmacologica del suo effetto osmotico e quindi decongestionante, così come delle sue proprietà antisettiche e antibiotiche. A causa del suo effetto disidratante e astringente, il natron, il sale egiziano, non era usato solo per la mummificazione, ma anche per le ferite essudative e le eruzioni cutanee. La carne fresca veniva posta sulle ferite acute. Come è stato dimostrato più tardi, la carne, dato il suo alto contenuto di ferro, aveva un effetto benefico sulla coagulazione; inoltre, proprietà enzimatiche e fagocitosi portavano alla riduzione dei germi.
Il pane ammuffito veniva usato per le ferite purulente e, in un certo senso, può essere considerato il primo tipo di penicillina a causa delle sostanze antibiotiche in seguito trovate in esso.
Allo stesso modo, le cipolle venivano utilizzate per ferite purulente, bolle e lesioni infiammatorie; ed è ancora oggi, un vecchio rimedio tramandato da generazioni. Già 50 anni fa è stato dimostrato che i principi attivi contenuti in esso, l’alliina e l’allicina, hanno effetti battericidi e fungicidi.
Oggi (come allora), vari oli e lipidi vengono utilizzati in combinazione con varie medicazioni per ferite al fine di promuovere la riepitelizzazione e prevenire cicatrici nelle fasi finali del trattamento della ferita.
L’olio d’oliva ha un intero capitolo dedicato ad esso nel papiro di Ebers. Le radici di ulivo erano usate per il mal di testa; il suo olio di semi come lassativo in caso di eruzioni cutanee e, riscoperto oggi, anche come coadiuvante per la crescita dei capelli.



L’incenso, la resina gommosa dall’albero di olibano, è stata utilizzata non solo per scopi rituali ma anche come rimedio nel trattamento delle ferite e per i disturbi del tratto respiratorio e digestivo. I suoi oli essenziali contengono acidi boswellici, che, come nel frattempo è stato scoperto, hanno proprietà antiinfiammatorie inibendo la sintesi delle prostaglandine e dei leucotrieni, ed effetti astringenti e disinfettanti. Nella medicina moderna, l’incenso ha mostrato qualche successo terapeutico nelle malattie infiammatorie e autoimmuni croniche e ha anche effetti antiproliferativi sulle cellule di melanoma.
Anche il carrubo era ampiamente usato. I suoi componenti, come acido gallico e polifenoli, hanno mostrato effetti marcatamente antiarterosclerotici, antimicrobici, antiossidanti e antidepressivi in studi recenti.
Descritto frequentemente nei papiri, il salice egiziano era usato nel trattamento dei processi infiammatori, ferite e fratture ossee. La salicina successivamente isolata da esso è un derivato dell’acido salicilico. Sulla base delle sue comprovate proprietà antinfiammatorie, antireumatiche e analgesiche, alla fine ha portato alla sintesi dell’attuale Aspirina®.
Nelle ferite semplici e senza spaccature, per il primo giorno si raccomandava il posizionamento di carne fresca (oggi sostituito da soluzioni contenenti solfato di ferro e cloruro di ferro, nonché medicazioni per ferite); successivamente, furono usati olii o lipidi, miele e fibre (di solito tessuti di lino) fino a quando la ferita non era guarita. Le ferite acute e pulite sono state “approssimate con un filo”. Quindi, l’approssimazione dei bordi della ferita, successivamente descritta anche da Celso, era una procedura di routine già allora. Anche la guarigione ritardata della ferita a causa di infezione era già riconosciuta come tale. Veniva trattata con rimedi rinfrescanti ed essiccanti (salice e foglie di biancospino, una polvere essiccante a base di malachite, sale egiziano).
Complicazioni associate all’ infiammazione come eritema, ipertermia (“calore”) e febbre erano già conosciute. Quindi, per quanto riguarda le loro caratteristiche cardinali, il rubor, il calor, il dolor e il tumor, i processi infiammatori erano già completamente compresi nella medicina egizia, molto prima di Celso. Ovviamente era nota la differenza tra infiammazione circoscritta e sepsi generale, nonché la causalità tra infezione della ferita e febbre. Vi sono anche informazioni dettagliate sul trattamento delle ustioni secondo le credenze del tempo (“inizio dei rimedi di ustione” , “cosa fare con le ustioni al primo, secondo, terzo, quarto o quinto giorno”…). Veniva spesso consigliato un preparato di chufa ( cyperus, noto anche come mandorla di terra o noce di tigre) per coprire la ferita. In caso di “bruciature con macchie bianche”, si usavano vari rimedi erboristici per la ripigmentazione.
Eruzioni cutanee, infiammazione della pelle e vesciche erano considerate come espressioni di cambiamenti all’interno del corpo (in termini di un accumulo di “sostanze che causano dolore nell’addome”) e quindi non solo trattate esternamente ma anche con lassativi.

Un intero capitolo nel papiro di Ebers è dedicato alle ulcere, ai tumori e ai gonfiori. Un tumore particolarmente caratteristico è descritto come segue: “Un tumore purulento che è nettamente demarcato, sferico e morbido e la cui testa è sollevata, contiene qualcosa come il muco delle piante, e qualcosa di simile alla cera emerge da esso. Forma una tasca che deve essere (chirurgicamente) completamente rimossa. Se qualcosa rimane nella tasca, si ripresenterà “. Ciò che viene così descritto è forse una cisti epidermoide. Un tumore particolarmente caratteristico soggetto a lesioni, mutilazioni e cicatrici è stato spesso interpretato come lebbra mentre più probabilmente si trattava di tubercolosi. Studi precedenti su scheletri e mummie sono stati in grado di dimostrare l’insorgenza della lebbra, forse introdotta in Egitto dall’India con le spedizioni di Alessandro Magno, mentre le prove del DNA confermano che la tubercolosi si era già verificata durante l’Antico Regno intorno al 3000 aC.

Per quanto riguarda invece il campo estetico, le parrucche venivano indossate solo per le occasioni solenni e cerimoniali e i capelli del proprio cuoio capelluto erano considerati molto preziosi.
Due capitoli dei papiri trattano “rimedi per l’attaccamento dei capelli” e “misure per impedire che i capelli diventino grigi”, evidenziando l’importanza conferita ai capelli e alla salute del cuoio capelluto. Nel capitolo sull’olio di oliva del papiro di Ebers, si rende noto che il frutto della pianta di olivo promuove la crescita dei capelli nelle donne.

I papiri rinvenuti, Kahun, Ebers e Smith non parlano mai di magia, anche se probabilmente riti e incantesimi accompagnavano qualsiasi attività medica durante quel periodo. In seguito, alla fine del Nuovo Regno, la magia ha avuto un ruolo prevalente nel concetto di malattia e gli dei protettori, sotto forma di amuleti, sono stati sempre più invocati.

L’igiene personale, i cosmetici e l’estetica hanno quindi svolto un ruolo cruciale nella società egizia. La pulizia quotidiana del corpo e gli sciacqui erano un dato di fatto; esistevano già dei bagni con acqua corrente. Nel papiro di Ebers ci sono istruzioni su come preparare “pillole per il gusto della bocca” e “rimedi per l’eliminazione dell’odore del corpo” Vari tipi di oli e miscele di incenso, cera, olio d’oliva, Cyperus e altre sostanze vegetali venivano utilizzati per i segni di invecchiamento come rughe e macchie, considerati già all’epoca difetti estetici da trattare.

Disclaimer: in quest’articolo sono presenti banner di affiliazione a scopo commerciale.

BIBLIOGRAFIA

“Back to the roots – dermatology in ancient Egyptian medicine”
Anke Hartmann,Department of Dermatology, University Hospital Erlangen, Germany